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«Appena passato l'8 settembre del '43 cominciarono i ...

Con mio fratello Raffaele trovammo accoglienza nel collegio di Santa Marta a Settignano, a Firenze». E qui comincia la storia che racconta Emanuele Pacifici, allora dodicenne, figlio del rabbino capo Riccardo Pacifici, deportato e morto ad Auschwitz nel 1943 insieme alla moglie Wanda Abenaim. Il viaggio verso la prigionia, le camere a gas, la morte, iniziò da Firenze dove i coniugi Pacifici furono "prelevati" dai tedeschi nel Convento del Carmine.
Emanuele Pacifici, che conosco, con sua moglie Gioia, da quaranta anni, uomo di grande cultura e di altrettanta umanità, è il padre di Riccardo, attuale presidente della comunità ebraica romana che, del nonno, porta il nome.
"Quando entrai a Santa Marta - ricorda Emanuele - avevo appena fatto la quinta elementare. L'ho ripetuta, tanto per fare qualcosa. Le suore, per ragioni di sicurezza, mi cambiarono subito il nome, vollero che mi chiamassi Emanuele Pallini, un cognome molto diffuso in Toscana. All'inizio, insieme a me, c'erano altri bambini ebrei, credo francesi, ma dopo un mese che ero lì se ne andarono. Non so più, eppure ho cercato di scoprirlo, che fine abbiano fatto. Le suore mi separarono da mio fratello: lui era piccolo, aveva cinque anni (Raffaele è morto nel 1981 in Israele. A portarlo via, a 42 anni, è stato il cancro) e doveva frequentare l'asilo. Raramente potevamo stare insieme, le suore, pur generosissime, avevano una gran paura che si sapesse che si ospitavano bambini ebrei. Credo proprio di capire oggi che la paura non fosse tanto per la loro vita ma per la nostra, di bambini inermi, rimasti soli, indifesi".
Emanuele, che vive a Roma da sempre (l'altra figlia Miriam è in Israele) ricorda, oggi ha 77 anni, e piange. Si commuove tornando a quei giorni, alle immagini del padre, di mamma Wanda, del fratello Raffaele: "Per motivi di sicurezza le suore volevano che io frequentassi tutte le funzioni religiose. Eravamo esonerati soltanto dalla confessione, dalla comunione e dal servire la Messa. Ma io - aggiunge Emanuele - rispettavo la religione cattolica ed ero portato come esempio: avevo imparato benissimo anche il rosario che recitavo insieme alle suore».
Sul finire della guerra, per circa quaranta giorni, entrarono a Santa Marta i tedeschi. Ne fecero il loro quartier generale.
"Spesso noi bambini - prosegue "deglutendo" spesso Emanuele Pacifici mentre la moglie Gioia ascolta rapita il racconto - li aiutavamo a pulire i camion, a lucidare le scarpe, a scaricare i rifornimenti che arrivavano dalla Germania. Venivamo compensati con qualche pezzo di pane di segale che non induriva mai. Le suore avevano una paura incredibile perché i militari parlavano male delle SS e loro non sapevano come comportarsi. Una suora poi mi diceva che nel collegio c'era qualche bambino, figlio di gerarchi fascisti, che riferiva tutto al padre. Bisognava stare attenti insomma".
Poi la ritirata dei tedeschi. "Era il giugno del 1944 - racconta Pacifici - e vidi saltare verso le 21 il Ponte di Santa Trinita. Ero nella mia camera ed avevo eluso la sorveglianza delle suore. Per trenta giorni infatti siamo stati reclusi nello scantinato del collegio. Non uscivamo neppure per i bisogni, neppure per fare pipì: lì facevamo proprio tutto e la mattina dopo io e suor Cornelia, che ho sempre chiamato mamma, (purtroppo è morta recentemente) versavamo i secchi nell'orto. Condizioni igieniche immaginabili. Ed eravamo tutti in preda della febbre. Anche alta, molto alta: il collegio non aveva più acqua, i pozzi erano prosciugati. Da mesi poi le tubature non esistevano più, qualcuno l'aveva prese".
Si arriva al momento che Emanuele definisce "il ricordo peggiore". Quello della bomba da cannone che doveva colpire il collegio.
"Fortunatamente centrò una quercia secolare che credo sia ancora nel giardino di Santa Marta. Purtroppo una scheggia colpì una suora alla mano e la religiosa perse un arto".
Ed eccoci all'epilogo, all'incontro indimenticabile. "Una mattina - racconta Emanuele ritrovando il sorriso - un soldato della Brigata Ebraica che combatteva a fianco dell'Ottava Armata inglese, che pensava a rifornire d'acqua Firenze, mi si avvicinò. Nel portellone del camion cisterna avevo notato il "Maghen David", sulle mostrine della camicia appariva ben scritta, in ebraico e in inglese "Palestine" (allora Israele perché fino al '48 si chiamava così). Mi feci coraggio e senza dirgli "Shalom" mi avvicinai alle sue orecchie e recitai piano piano, ricordando i miei genitori, lo "Sheman Israel…". L'uomo mi abbracciò forte forte, si mise a piangere ed io gli raccontai tutto, anche dei miei genitori che sapevo ormai di non avere più. Gli dissi che a Roma c'erano forse i miei zii e i nonni paterni che speravo vivi. Elia Lubinsky, che è morto, mi accompagnò. A Firenze trovai insomma un nuovo padre e una nuova mamma, suor Cornelia. A questa città sono legati i miei ricordi peggiori e quelli migliori: salvò la vita a me e a mio fratello, fu l'inizio della fine dei miei genitori".
Cinque anni fa, con una grande cerimonia che si è svolta in Campidoglio, Emanuele Pacifici ha donato alle suore di Santa Marta "la medaglia dei giusti" che è stata loro attribuita.
Emanuele vive nella sua casa di Roma, immerso tra i suoi libri (ne ha scritti tanti anche lui) e nei suoi ricordi. Sono ormai lontani anche gli anni della intensa collaborazione con lo zio che trasformò Emanuele in un manager - venditore fantastico riuscendo, grazie al suo lavoro, alle sue "commissioni" a far crescere la Doublo, che produceva calzini ("m'ha detto pedalino" diceva scherzosamente Emanuele) fino ad occupare più di 400 persone. Anche quella fase della sua vita, che racconta spesso agli amici del mare a Castiglione della Pescaia, nella sua Maremma, che frequenta da mezzo secolo, è tra i suoi ricordi più belli.

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