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Alla corte di Federico II si scrivevano versi d'amore per «l'irraggiungibile» dama

E poi dilaga nel cuore e nei sensi.
Insomma, se è vero che l'esperienza dell'amore può essere rielaborata intellettualmente e offrire materia per raffinatissimi dibattiti filosofici, non c'è dubbio che essa sia caratterizzata da una ben precisa "corporeità" e che dunque abbia a che fare con un giuoco di sguardi cui seguono il battito accelerato del cuore e un ardente desiderio della donna amata. Che può restare un obbiettivo irraggiungibile, è vero. Ma in ogni caso il poeta continua nei suoi cortesi omaggi, ora trepidi, ora incalzanti, sempre devoti. Così vogliono la poetica e la "visione del mondo" di quei "siciliani"(ma venivano da tutta Italia) i cui testi appaiono adesso in edizione completa e accuratamente commentata nei Meridiani Mondadori("I poeti della Scuola siciliana", tre volumi, al prezzo di ? 55 cadauno). Spronati da Federico II, la cui "Magna Curia" , meridionale e imperiale, si presentava, nella prima metà del XIII secolo, come un vitalissimo incrocio di culture e di lingue(Federico è un tedesco di Svevia, ma lui e i suoi cortigiani hanno pratica del latino, del greco e dell'arabo, conoscono la lingua d'oc e quella d'oïl, e, naturalmente, il siciliano "volgare"), i "cortigiani" danno il meglio di sé in ogni campo. Perché sono amministratori, notai, consiglieri, collaboratori dell'Imperatore, e quindi lo assistono nella sua opera di uomo di Stato, ma al tempo stesso ne interpretano attivamente quella "politica culturale" che intende proporsi a universale, mirabile "modello".
E questo a dispetto dei detrattori dell'Hohenstaufen, e cioè di quelli che insistono a vedere in lui non un "Vicarius Dei" ma un "Vicarius Diaboli", un ambiguo personaggio in odor di ereticale zolfo, nemico della Chiesa, tentato dall'esoterismo e dall'alchimia, simpatizzante degli "infedeli" islamici. Nonché, "ça va sans dire", sciupafemmine incallito, con "harem" privato. Ma per quanto riguarda il profilo dell'inquietante "Stupor mundi" rimandiamo alla splendida biografia di Ernst Kantorowicz ("Federico II Imperatore", Garzanti, 1988). Diamo un'occhiata invece a quei poeti- funzionari dai quali si diparte la "prima" poesia italiana, prima che il Dolce Stil Novo toscano imponga i suoi moduli dottrinari, letterari, simbolici, la sua immagine di donna e quel "volgare" che primeggerà tra tutti, diventando la "nostra" lingua. Ebbene, è indiscutibile che ci troviamo di fronte a un "tesoro", a un ricchissimo archivio di invenzioni e creazioni. E, anche se da una scuola nascono inevitabilmente stereotipi, dunque "motivi" e "schemi" che corrono e ricorrono, è indubbio che questi testi hanno una loro freschezza "sorgiva". E una loro "innocenza". Ad esempio, Giacomo da Lentini, in un celebre sonetto, si definisce un cristiano osservante, ben intenzionato ad andare in Paradiso, aggiungendo subito, però, che non ci vuole andare senza la sua donna " quella che ha blonda testa e claro viso". Ma, cari lettori, non pensate male: il nostro non ha pensieri peccaminosi, si accontenta di guardarla e di vederla nella gloria di Dio. Giacomino Pugliese, invece, è triste ed amareggiato: la Morte gli ha tolto la sua donna, e con lei "sollazzo, gioco, riso", "bella sembianza", "adornamento" e "cortesia". E lui se la prende con quella brutta "villana" che lo ha privato di tanta gioia e chiede a Dio: «perché m'hai posto in tale iranza?». In una "canzone" di Rinaldo d'Aquino a lamentarsi è una bella fanciulla: il suo ragazzo si è imbarcato per una crociata in Terrasanta e non l'ha nemmeno salutata. Abbandonata(anche sedotta?),la poverina si lamenta: «Oimè, lassa tapina, ché ardo e incendo tutta». E così "raccomanda" il suo amato a Dio e all'Imperatore: diano dovuta assistenza al «servitore de la santa cruci». E giusto conforto a lei, visto che in qualche modo le hanno dichiarato guerra, portandole via l'amato. Eh, gran cosa l'amore! Ne sa qualcosa Pier della Vigna, il più alto funzionario imperiale e l'uomo più vicino al cuore di Federico, finché le calunnie dei cortigiani invidiosi non provocarono una dolorosa frattura (imprigionato e accecato in base a false accuse di tradimento e ruberie,
Piero si ucciderà e Dante lo incontrerà nella selva dei suicidi). Ne sa qualcosa Piero, che paragona la forza dell'amore a quella esercitata dalla calamita. Non ci si può sottrarre, il nostro dovere è, ora e sempre, l'obbedienza. Alla Donna e all'Imperatore.

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