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Tiberia De Matteis<br/> <br/> È la sfida più ambita di tutti ...

In un mondo culturale che penalizza la scena a partire dalla stampa, è significativo che un giovane di successo voglia dedicarsi a recuperare la nostra migliore tradizione nazionale. La recitazione diviene così uno strumento per affrontare temi di valore civile da condividere con chi l'ha apprezzato finora e per sondare le possibilità espressive e comunicative di un fertile dialogo col pubblico.
Come vive questa tappa decisiva della sua carriera?
«Di decisivo ci sono solo le malattie! Forse è stato più delicato il musical "Datemi tre caravelle" su Colombo di cui mi sono assunto la piena responsabilità. Qui il percorso è interessante umanamente, a prescindere dalle conseguenze artistiche. È magnifico anche solo aver imparato a memoria le battute del testo. Amleto possiede un'ipocrisia incredibile e appare quanto mai succube della propria cultura baconiana, fatta di un'etica libresca e non d'istinto».
Quale impostazione è stata privilegiata?
«La regia ha preferito esaltare la predisposizione di Amleto al conflitto, considerandola una tendenza dettata dall'impossibilità di agire secondo regole diverse dalle sue. Si vuole dare l'idea di un uomo nuovo del protestantesimo. Si tratta di una figura speciale che non impone una morale a nessuno, ma mette alla prova gli altri personaggi».
Quanti mali affliggono il nostro teatro?
«Mia madre mi obbligava ad andare a teatro fin da piccolo e lì è iniziata la mia passione. Bisogna avvicinare le nuove generazioni e non lasciare che la gente rimanga comodamente seduta davanti alla televisione. Credo che sia soprattutto necessario emancipare l'arte scenica dagli spazi mediocri in cui viene relegata dalla stampa, come se fosse di minor pregio rispetto al cinema e al piccolo schermo. Si presume di assecondare gli usi del costume vigente e invece il pubblico è assetato di notizie sugli spettacoli. Un'abitudine assurda è puntare sul gossip piuttosto che sulle occasioni professionali. Per affascinare gli spettatori è importante incanalare meglio i testi, con opportuni tagli e adattamenti, e scegliere una strada visionaria come Wilson, Nekrosius e Stein che tanto ci coinvolgono. Le istituzioni sono però tenute a una vera protezione del settore e non alla sua strumentalizzazione».
Cosa si augura per il futuro?
«Non voglio deludere chi ha sempre creduto in me. L'evento scenico che più mi sta a cuore è "Il ponte", presentato all'Auditorium di Roma e da ripetere in tournée, una commistione di generi multimediali con un forte contenuto civico sull'audacia. Mi toglierò molti sfizi con questo lavoro! Ho scelto la tecnica del monologo proprio per non nascondermi dietro un personaggio, riuscendo così a parlare della grandezza dell'Italia, oggi tanto ingiustamente umiliata. Auspico minori condizionamenti politici ed economici per noi tutti e un'autentica svolta innovativa dell'intero Paese».

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