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Santana infiamma la platea con il suo latin rock


La "Mezzo secolo generation" è lì davanti al palco e sugli antichi gradoni, in estasi. Ecco "Corazon espinado", "Black Magic Woman", "Maria Maria", lo straziante "Soul sacrifice"; non ci sono gli attesi "Samba pa ti" ed "Europa", ma si può volare lo stesso. Come quando queste note servivano a creare l'atmosfera nelle feste private, quelle di adolescenti senza cellulare, senza i-pod, ma con giradischi e mattonella: quando per una dichiarazione gli unici tasti da pigiare erano quelli dell'interrutore della luce per far piombare nella semi oscurità le stanze trasformate in mini discoteche. A giudicare dal suono che trae dalle sue chitarre che cambia a velocità sostenuta, tra cui la "Paul Reed Smith" da 20 mila dollari, forse sì. La strada sembra quella giusta per tornare il santone che tutti ricordano.
Santana-Fenice torna in Arena 24 anni dopo il doppio impegno del maggio 1984 in compagnia di Bob Dylan. L'afro-rock di "Jingo", il primo singolo del gruppo pubblicato nel 1969 con l'album di esordio, apre il concerto: due ore e mezza senza sospiro con il pubblico incantato dall'uomo con il panama in testa, gli occhiali scuri, canotta, pantaloni e scarpe bianche.
Resiste poco la gente seduta, poi la latinità musicale trascina tutti nel ballo, ai piedi dello sciamano della chitarra, con i suoi 90 milioni di dischi venduti nel mondo.

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