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I demiurghi del caso Tortora non sono stati ancora screditati

Sapevano quindi di dover rassicurare un'opinione pubblica ancora tramortita per le manette serrate ai polsi dell'uomo televisivo più popolare d'Italia e, immediatamente, diventate il simbolo del loro maxi-blitz contro la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo.
Sappiamo tutti com'è andata a finire. Dovranno trascorrere 1.185 giorni, prima che Tortora venga riconosciuto innocente da ogni accusa e il lavoro degli inquirenti apprezzato per quello che era e che in pochissimi avevano avuto il coraggio di denunciare: niente altro che una sgangherata inchiesta, capace di portare in carcere diverse decine di omonimi e che al termine dei tre gradi di giudizio vedrà l'assoluzione di oltre due terzi degli imputati.
Cos'è cambiato venticinque anni dopo questa storica Caporetto dei «pentiti» e di quella cospicua porzione di magistratura napoletana che li aveva voluti trasformare in onnipotenti oracoli? Cos'è cambiato da quel «Non siamo pazzi, non vogliamo essere screditati a vita?». Poco, troppo poco. Non solo perché i magistrati italiani continuano ad autoattribuirsi patenti di salute mentale che, invece, dovrebbero essere rilasciate per legge da valenti psichiatri come requisito indispensabile per lo svolgimento della loro attività professionale. Ma soprattutto perché, i demiurghi del caso Tortora, non sono stati screditati: sono stati addirittura promossi. Felice Di Persia è diventato membro del Csm (e non basta a consolarci il ricordare che, quando ne presiedeva i lavori, Francesco Cossiga si rifiutava platealmente di stringergli la mano) nonché procuratore capo della Repubblica di Nocera Inferiore. Mentre Lucio Di Pietro, che fino a pochi mesi or sono era procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, opera adesso indisturbato come Procuratore generale della Repubblica di Salerno. E Luigi Sansone, il presidente del tribunale che condannò in primo grado Tortora a dieci anni di reclusione e a 50 milioni di lire di multa? È ancora adesso un rispettato presidente della sesta sezione penale della Corte di Cassazione. Così come è diventato procuratore generale presso il tribunale di Nocera Inferiore quel Diego Marmo che, vestendo i panni del pubblico ministero nel processo di primo grado, urlò un giorno a uno dei difensori di Tortora (nel frattempo eletto deputato radicale al Parlamento europeo) il famigerato «Avvocato Coppola, lei deve moderare i termini! Le ricordo che il suo cliente è stato eletto con i voti della camorra. Voi non avete alcun rispetto della vita umana».
Esempi che provano come, in questi venticinque anni, i dipendenti pubblici impiegati nella magistratura abbiano continuato e continuino tuttora a percorrere con animo sgombro da preoccupazioni («serenamente, pacatamente» direbbe Veltroni) la strada che li conduce alla meritata pensione, certi come sono che gli errori irreparabili eventualmente commessi nell'esercizio delle loro funzioni, non possono in alcun modo minacciare la progressione di una carriera basata tutta sul criterio di anzianità.
Le vittime della giustizia ingiusta si rassegnino. E si ricordino che, pochi mesi dopo la morte di Tortora, i suoi avvocati Giandomenico Caiazza e Vincenzo Zeno-Zencovich vennero denunciati per calunnia da Di Persia, Di Pietro e dal loro collega Giorgio Fontana perché «colpevoli» di aver osato firmare l'atto di citazione che chiedeva la loro condanna e il conseguente risarcimento degli immani danni subiti dal presentatore (il tumore che lo ha portato alla tomba ha avuto sicuramente un'origine psicosomatica) e dalla sua famiglia. E sappiano che a nulla è servito il plebiscito degli italiani al referendum radicale che nel 1987 proponeva la responsabilità civile del magistrato in caso di colpa grave. Qualche mese dopo un Parlamento corrivo alla corporazione togata si affrettò a tradire il loro voto varando una legge tuttora in vigore, che ammette il risarcimento solo in casi eccezionali e, comunque, a carico non del giudice ma dello Stato, quindi a spese nostre.
In questi venticinque anni poco infine è cambiato nella corporazione dei giornalisti, complice attiva di quei magistrati e di quei «pentiti». Decine di penne piccine e livorose fecero a pezzi l'immagine di Tortora, infierendo su un uomo perbene che, della sua onorabilità, aveva fatto la cifra intera della sua esistenza. A eccezione di Paolo Gambescia, non uno di questi imbrattacarte ha avuto nell'ultimo quarto di secolo il coraggio di chiedere almeno scusa ai suoi cari e ai loro lettori per il pessimo servizio reso allora alla verità e quindi alla loro professione. Spero che rileggendosi nel mio libro (che li inchioda uno a uno, parola per parola) riescano a provare quantomeno vergogna. Continuare a far finta che non sia successo nulla e a confidare nella labile memoria dei lettori è infatti la premessa più efficace di nuovi e altrettanto ributtanti casi Tortora.

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