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Amy Winehouse, <br/>chi gioca sulla pelle dell'ultima maledetta

Amy Winehouse, <br/>chi gioca sulla pelle dell'ultima maledetta

Amy Winehouse

A sperare in un crollo fatale della più talentuosa cantante bianca di soul e R&B degli ultimi vent'anni è quel sistema mediatico-discografico che lucra sulla sua fragilità, e che confida di aver individuato la prossima leggenda da inserire nel Pantheon dei defunti pop.
Con la differenza che i dischi non si vendono più come una volta: la lobby trasversale dei "killer" di Amy non potrebbe contare su introiti a lungo termine, e sperare che la miliardaria danza macabra attorno alla sua anima duri chissà quanto, come accaduto invece nei casi di Elvis, Hendrix, Marley, Morrison o Cobain. O di Janis Joplin, il "caso" di riferimento. Miti che hanno fatto incassare, con le loro registrazioni postume, più di quanto non avveniva con loro vivi e vegeti.


Certo, lei ci mette del suo, e il cordone sanitario di parenti e ammiratori non sembra saldissimo. Annie Lennox ha pregato i giornali di lasciarla stare, di non metterla sempre sotto i riflettori in quello stato pietoso, quando la Winehouse sembra «una macchina dopo un incidente». Papà Mitch confida che presto, quando sua figlia potrà coronare il sogno di avere dei bambini e un menage familiare più sano, tutto si risolverà. Ma intanto la situazione precipita: l'altra sera l'artista (vincitrice di cinque Grammy Awards con il sensazionale secondo album "Back to black") è caduta di schianto nel suo appartamento. Soccorsa, è stata ricoverata alla London Clinic, dove i medici la trattengono per capire la natura di quel malore.


Ma non serve essere dei luminari per intuire in che stato versi la ragazza: il 30 maggio, dopo molti show cancellati all'ultimo minuto (e prima della prevista apparizione al maxiconcerto del 27 giugno ad Hyde Park in onore dei 90 anni di Nelson Mandela), Amy è salita su un palco importante, quello del "Rock in Rio" di Lisbona. Ha cantato meno di un'ora, non ha concesso bis, è parsa piuttosto spaesata. E inquietavano quelle fasciature alle braccia: perché lei - alla quale è stata diagnosticata una psicosi maniaco-deressiva - non fa mistero di «sentirsi viva solo quando una lama affonda sulla pelle, e vedo il sangue che scorre».

Lo fa quando è infelice, e dunque molto spesso. Anche in pubblico. Prende una scheggia di vetro, rompe un bicchiere di champagne, e via con l'autolesionismo. Vuole attirare l'attenzione di suo marito, il produttore Blake Fielder-Civil. I due si erano amati e separati, in un primo tempo, dopo l'uscita del disco d'esordio, "Frank". Allora Amy era formosetta, ma bulimia e anoressia vanno a braccetto, e lei perse quattro taglie fino a ridursi pelle e ossa. Incise "Black to black" per esorcizzare - come una Aretha Franklin bianca e con il dna tragico da russo-ebrea - i suoi tormenti sentimentali. Non bastava: così, durante le interviste, si incideva con un vetro il tatuaggio con il cuore e il nome di Blake che sfoggia sotto al petto, come a scarnificare se stessa, e mangiare via il suo amore ingombrante e maudit.


Poi i due si ritrovarono e sposarono, un anno fa a Miami: e la storia dirà se è stato un bene. Perché l'aspirazione di Amy non è diventare la superstar del Ventunesimo Secolo, ma solo diventare «una buona moglie» per il sordido Fielder-Civil. Lui di tanto in tanto minaccia il divorzio, e la fa piangere nelle aule di tribunale. Nel novembre scorso lo hanno arrestato per aver cercato di corrompere un barista dopo averlo aggredito, e sua moglie ha ricominciato a scendere uno a uno i gradini verso l'inferno. Tanto che a gennaio, quando il "Sun" ha pubblicato il video-scoop di lei che fuma una pipa di crack, è stata lei a finire per qualche giorno in cella, dove era già stata per aver fumato marijuana. A suo modo, dietro le sbarre, il maritino cerca di proteggerla anche adesso: ha promesso a un sodale detenuto una ricompensa di 20mila sterline se «farà a pezzi» Pete Doherty, ex di Kate Moss e rocker di mezza tacca, sospettato di condurre l'amica Amy nei gorghi più allucinati della perdizione.


Ce la farà, stavolta, l'interprete di quella "Rehab" dove ostinatamente (e invano) ripeteva di non voler finire in un centro di disintossicazione per droga e alcool? Qualcuno mette continuamente in circolazione suoi video privati imbarazzanti: come quello in cui, smarrita ed ebbra, canticchiava una filastrocca contro "neri, gialli, giapponesi e pakistani", costringendola a difendersi dall'accusa di razzismo. Invitarla in tv è un problema: farfuglia o interrompe ospiti importanti (accadde anche con Bono); dal vivo devi sperare che non arrivi ubriaca o strafatta davanti al microfono (e quando è sobria è inarrivabile); in studio c'è di che mettersi le mani nei capelli: è ormai definitiva la rinuncia a intepretare il tema del prossimo 007, "Quantum of solace", che pure aveva composto di suo pugno. Il produttore Mark Ronson ha ripiegato sulla più gestibile voce di Leona Lewis. L'unica cosa che la Winehouse è riuscita a fare in questi giorni, prima di svenire, è stata l'esibizione a porte chiuse al party di compleanno per la fidanzata del magnate russo Roman Abramovich. Il compenso? Un milione di sterline. Poca cosa, al confronto di quel che il Diavolo mediatico è pronto ad offrirle, pur di averla tutta per sè.

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