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Giovanni Leone, il galantuomo prima vittima del giustizialismo

Dimissionario da poche ore, era a stento riconoscibile dietro i vetri dell'auto che, percossa dal temporale, lo portava via la sera, appunto, del 15 giugno 1978 dal palazzo dove per sei anni e mezzo aveva rappresentato l'unità nazionale. Davanti a lui avevano giurato, tra il 17 febbraio del 1972 e l'11 marzo del 1978, otto governi dalle più diverse maggioranze, composte, scomposte e ricomposte nella libera dialettica dei partiti e degli elettori con la certificazione rigorosamente neutrale dei suoi decreti.
A volere le dimissioni di Leone furono i comunisti, che già non lo avevano voluto votare alla vigilia di Natale del 1971 perché si aspettavano che la Dc candidasse Moro al Quirinale, dopo una lunga e avversata corsa di Fanfani. Entrato nella maggioranza dopo le elezioni del 1976, prima con l'astensione e poi con un regolare e negoziato voto di fiducia ad un governo di soli democristiani presieduto da Andreotti, il Pci di Berlinguer minacciò il ritorno all'opposizione se Leone non fosse stato convinto dalla Dc a dimettersi. E la Dc di Zaccagnini, già stremata dalla tragedia del sequestro Moro, si prestò a convincerlo, cioè a costringerlo al ritiro.
Berlinguer motivò la sua richiesta con la necessità di dare un segnale di "svolta morale" per salvare la politica dall'ondata di impopolarità che egli aveva avvertito nel risultato del referendum promosso dai radicali contro la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, scampata all'abrogazione per pochi voti. Fu adoperata contro Leone una campagna scandalistica destinata ad essere poi smentita nelle aule giudiziarie, purtroppo sostenuta pure dai radicali, a dispetto della loro tradizione garantistica.
Quella campagna, tradottasi in un libro di Camilla Cederna che attribuiva a Leone e ai suoi familiari debolezze, evasioni fiscali, imbrogli e affari persino all'ombra delle grazie presidenziali ai detenuti, aveva già tentato nei mesi precedenti di provocare una crisi istituzionale. Ma aveva trovato un argine invalicabile nel presidente della Dc Moro. Che il 9 marzo 1977, in un celebre discorso a Camere congiunte in difesa di Gui e Tanassi, sotto accusa per le tangenti pagate dalla Locheed su una fornitura di aerei da trasporto militare, aveva respinto le insinuazioni emerse nel dibattito a carico anche di Leone. In particolare, egli aveva espresso "il più vivo rammarico per il modo grossolano e irresponsabile con il quale sono state dette intorno al capo dello Stato cose che offendono la verità prima che la persona alla quale, nel rispetto del Paese, è stata affidata una così alta funzione". E, deplorando "il cinismo" di chi da sinistra reclamava "processi sulle piazze", aveva ammonito: "Noi non ci faremo processare".
Una volta che Moro fu sequestrato e ucciso, il povero Leone rimase senza difesa. E se ne permise, anche nel suo partito, proprio quel tipo di processo, in piazza, che aveva inorridito il presidente della Dc. Le dimissioni di Leone, peraltro quando mancavano solo sei mesi alla scadenza del suo mandato, e con le motivazioni ufficialmente addotte da chi le reclamò e le permise, segnarono l'inizio di un'epoca purtroppo non ancora finita nella storia della Repubblica: quella del giustizialismo. L'onore restituito a Leone con pubbliche dichiarazioni prima dai radicali e poi anche dai comunisti, dopo vent'anni e più dalla sua destituzione politica, può avere alleviato il dolore dei suoi familiari, ma non cancellato i danni procurati alle istituzioni da quella ignobile pagina di trent'anni fa.
Il sequestro di Moro risultò due volte fatale a Leone. Lo privò, come ho già scritto, del suo più prezioso e autorevole difensore. E lo spinse per nobili ragioni di amicizia e di coerenza con la sua formazione giuridica e cristiana, ad un passo che gli costò ben più della campagna scandalistica evocata per le sue dimissioni.
All'indomani di quel sequestro, com'egli stesso mi avrebbe raccontato dopo vent'anni in una intervista pubblicata sul "Foglio" il 20 marzo 1998, Leone convocò al Quirinale il segretario della Dc per esprimergli "dissenso" dalla linea intransigente "concordata con il Pci". E si predispose riservatamente dopo qualche settimana, con l'aiuto di Vassalli ed altri esperti, alla concessione della grazia a un condannato, o condannata, per reati di terrorismo. Egli sperava di bloccare il conto alla rovescia avviato dagli aguzzini per ammazzare Moro, del quale avevano reclamato lo scambio con tredici "prigionieri" detenuti nelle carceri italiane. Disgraziatamente gli assassini - "troppo informati", mi disse Leone - non gliene diedero il tempo. Ciò non bastò tuttavia ai custodi della linea della fermezza per perdonargli il dissenso. L'imposizione delle dimissioni gli apparve probabilmente, e giustamente, una odiosa ritorsione.

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