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La Lupa e la Sfinge tra mito e storia Il fascino d'Egitto nella memoria di Roma

Questi sono pochi e significativi esempi che danno però la misura di come la cultura romana porti il segno di questa indelebile influenza.
La Meta Romuli divenne nel Medioevo uno dei simboli della città della Lupa, così come la Piramide Cestia lo fu dal Seicento. A Roma rinacquero gli studi sulla religione e sui riti misterici e le vie dei pellegrini furono segnate dall'alta mole degli obelischi. Nel Seicento Bernini innalzò la Fontana dei Fiumi e a Roma, se da un lato si faceva arrestare Cagliostro, fondatore della massoneria egiziaca, dall'altro si cercavano decoratori per le stanze del principe Borghese: perfino il cardinale Borgia di Velletri, nella cui casa passava il fior fiore della massoneria europea, cedette al fascino enigmatico dell'ermetismo. La passione intensa per l'Egitto attraversò il '700, stregò gli americani, che vollero una piramide sul dollaro, e i francesi che svelarono il mistero dei geroglifici. Il fascino dell'Egitto ha segnato anche le conquiste romane, a partire dalla primavera del 48 a.C., quando Tolomeo con il consigliere Potino, tentò di deporre Cleopatra e di costringerla a lasciare Alessandria. La regina radunò un esercito ed ebbe inizio la guerra civile: il 29 settembre del 48 a.C. Potino fece uccidere Pompeo, nella speranza di ingraziarsi il favore di Cesare, il quale vedendosi però offrire la testa del rivale, fece giustiziare Potino e iniziò a sistemare la confusa situazione egiziana. Cleopatra riuscì a guadagnarsi il favore di Cesare e divenne sua amante. L'Egitto rimase formalmente indipendente, anche se tre legioni romane erano presenti per mantenere l'ordine pubblico.
La relazione tra Cesare e Cleopatra aveva per entrambi scopi politici: il dittatore romano doveva assicurarsi il controllo dell'Egitto, importante per le sue risorse finanziarie, mentre Cleopatra sperava di ottenere per il paese una posizione di privilegio all'interno dell'impero. Morto Cesare (nel 44 a.C.), Marco Antonio, uno dei triumviri che governavano Roma in seguito al vuoto di potere conseguente la morte di Cesare, chiese a Cleopatra di incontrarlo a Tarso per verificarne la lealtà: Antonio la seguì ad Alessandria, dove rimase fino all'anno successivo.
Dopo la conquista dell'Armenia (34 a.C.) condotta da Antonio con il contributo finanziario egiziano, entrambi celebrarono il trionfo ad Alessandria. Il tradizionalismo dell'opinione pubblica romana fu profondamente scosso dalla inconsueta procedura trionfale: Cleopatra ebbe il titolo di "regina dei re", fu associata nel culto a Iside e nominata reggente dell'Egitto e di Cipro. Ma la politica di Cleopatra ed Antonio, tesa a dominare tutto l'Oriente, favorì la reazione di Ottaviano, che accusò la regina di minare il predominio di Roma e convinse i Romani a dichiarare guerra all'Egitto.
Nel 31 a.C. le forze navali romane si scontrarono con quelle di Antonio e Cleopatra nella battaglia di Azio: persa la battaglia, la regina riparò ad Alessandria con parte della flotta, seguita da Antonio. Nel 30 a.C., dopo il suicidio di Antonio si narra che Cleopatra si sia uccisa facendosi mordere da un aspide.
Oggi, la mostra capitolina "La lupa e la sfinge - Roma e l'Egitto dalla storia al mito" propone dall'11 luglio e fino al 9 novembre a Castel Sant'Angelo, le opere che percorrono l'ampio varco cronologico che va dal I secolo a.C. sino alla Età dei Lumi, durante il quale l'Egitto da storia diventa mito e da Egittomania si trasforma in Egittofilia. Il progetto, sotto la direzione scientifica di Eugenio Lo Sardo (Catalogo Electa), è stato curato da Elisabetta Interdonato (sezione archeologica) Manuela Gianandrea (sezione dal Medioevo al Rinascimento) Federica Papi (sezione dal Seicento al Settecento).

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