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La bella Italia di Don Camillo e Peppone spaccata tra fede in Dio e fedeltà a Stalin

Ci sono anche altri partiti, di più o meno consolidata tradizione, ma tutto si gioca tra le due formazioni maggiori. Impegnate a darsele di santa ragione a colpi di comizi, manifesti, slogan. Ma ci scappano anche scazzottate e morti ammazzati. Poi, il 18 aprile, i risultati: 48% alla DC, un trionfo; 31% al Fronte Popolare, un tonfo.
Anno fatale, il '48. A marzo, era apparso in libreria il primo "Don Camillo". Come ricorda Guido Conti ("Giovannino Guareschi Biografia di uno scrittore", Rizzoli, pp.590, euro 21.50), Giovannino Guareschi si era dato da fare perché fosse pubblicato prima delle elezioni. Don Camillo contro i rossi. Don Camillo che appoggia la campagna del "Candido", il settimanale che aveva aperto i battenti il 15 dicembre del '45. Vantando la propria indipendenza da tutti i partiti, ma rivendicando orgogliosa fede monarchica, intransigente tradizionalismo cattolico, patriottico e nazionalpopolare e vigoroso anticomunismo. Il "sabaudo" Guareschi, reduce da due anni di lager tedesco e da una battaglia referendaria "in nome del Re", si fa appassionato alfiere della causa democristiana e del voto come sacro "dovere" anticomunista con manifesti e slogan come: "Vai a votare! Mentre tu dormi Stalin lavora", oppure "Nel segreto della cabina, Dio ti vede e Stalin no!".
Ma, come abbiamo detto, i "garibaldini" (Guareschi già li chiama "trinariciuti", affibbiando tre narici a chi è pronto, in nome di Togliatti e di Stalin, a una "obbedienza cieca, pronta, assoluta") si beccano una bella batosta. Tre mesi dopo, il 14 luglio, nuove tensioni: uno studente attenta alla vita di Togliatti. "Non fate sciocchezze", riesce a dire il Migliore, gravemente ferito, gettando subito acqua sui bollenti spiriti dei compagni. Ma qualche focolaio insurrezionale si accende: i comunisti vogliono la rivincita? Fortunatamente, il giorno dopo, ad allontanare la paura e a mettere d'accordo bianchi, rossi e neri, arriva la notizia della vittoria di Bartali al Giro di Francia.
C'è da scommettere che anche don Camillo e Peppone sono contenti: la fede in Dio e quella in Stalin non sono la stessa cosa, ma l'amicizia, il buon senso, l'amore per il "mondo piccolo" dell'onestà, del decoro, della tradizione li unisce: e di sangue ne è stato versato fin troppo, particolarmente nella Bassa. Dunque, viva Bartali, viva l'Italia! Sessant'anni fa. I baffoni di Giovannino contro Baffone. Don Camillo, Peppone, il Cristo che parla, consiglia, rimprovera, rincuora quel prete che ha le mani grosse come pale di mulino e che tende talvolta ad usarle in maniera non proprio pastorale. Un mondo. Nato dalla fantasia, ma più vero del vero. Veri e "vivi" i personaggi, protagonisti di mille storie. Veri e vivi anche i volti cinematografici: Fernadel (don Camillo) e Gino Cervi (Peppone). Straordinari.
Viva Guareschi! Nato giusto cento anni fa, il primo maggio, a Fontanelle, nella Bassa Parmense. Morto quarant'anni fa, il 22 luglio, nel pieno della contestazione giovanile. Dietro il carro funebre, un piccolo gruppo di persone, per uno degli autori italiani più tradotti nel mondo. E più amati, proprio per la "verità" delle sue "invenzioni", che toccano il cuore, certo, ma fanno anche riflettere. E si può aggiungere che Guareschi scrive come Dio e la lingua italiana comandano: parole che sono "cose", nessuna contorsione intellettualistica per rendere familiare un "mondo". Centinaia delle sue pagine sono da antologizzare: eppure non c'è mai capitata tra le mani una antologia per le superiori che ne riportasse una, una sola. Perché? Quale oscuro ostracismo dell'"intellighentsia" pesa ancora su di lui? Cosa gli si rimprovera? Di essere stato un italiano con la schiena diritta, di aver fatto lager e patrie galere per le sue idee, di non essersi mai prostituito al "politicamente corretto", di essersi ritrovato,alla fine, contro tutto e tutti, perché non disponibile a vendersi né ai "compagni" né ai "compagnucci della parrocchietta"?
D'accordo, ora si annuncia qualche tentativo di risarcimento. C'è chi lo scopre, chi lo riscopre, chi lo rivaluta, chi organizza convegni e celebrazioni, dando ragione ai milioni di lettori che non lo hanno mai abbandonato. Ma noi chiediamo un Nobel "speciale" per il grande scrittore e il gran galantuomo.

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