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di Antonello Sarno<br/> Roma, Teatro Sistina. A pochi minuti ...

Il suo sorriso è contagioso, dopo alcune annate multimediali andate oltre ogni previsione. A teatro, con 6 milioni di euro nella scorsa stagione, è il più visto di tutti. Al cinema ancora meglio, con il 24simo film delle feste "Natale in crociera" saldamente in testa alle classifiche dei maggiori incassi italiani 2007-2008 (una saga, quella natalizia, che conta un titolo in più di quella di 007, fermo a quota 23). Lo intervisto per la centesima volta, ormai è una chiacchiera tra vecchi amici. Mentre ci parliamo, lo chiama al telefono Silvia Verdone, sua moglie, ma anche amica e confidente, che ha sempre telefonato durante ognuna delle 100 interviste: è un «ciao come stai, sei passata dal medico, ci sentiamo dopo». Una di quelle chiamate affettuose che chi si vuol bene davvero continua a farsi cinque, dieci volte al giorno anche dopo un secolo di matrimonio.
Mi danno l'idea che siano rimasti ragazzi, due liceali che si dicono tutto, che si chiedono consiglio, che si alleano e si proteggono. Di quelle coppie che diventano unioni, e che sono introvabili quanto il talento, almeno nel nostro mondo dello spettacolo. Talento d'attore puro e di entertainer che Christian ha da vendere, in Italia e all'estero, come la voglia di mettersi in gioco. Potrebbe sedersi sui suoi incassi, non rischiare, godersi il successo fino alla pensione. Macchè. Da vero Capricorno (è nato il 5 gennaio) De Sica vuole andare avanti, non s'accontenta, realizzando veri miracoli artistici. Come il trionfo, descritto con accenti profondi e commossi da Enrico Vanzina nel suo libro "Commedia all'italiana", con lo show "Tribute to Gershwin", a Milano, a soli 45 giorni dall'operazione che gli salvò miracolosamente l'occhio destro, colpito dalla scheggia di un petardo a Capodanno del 2000. E che lo costrinse a girare Bodyguard, il film di Natale di quell'anno, l'unico possibile grazie alla "divisa" con occhiali scuri che gli proteggevano l'occhio convalescente.
La riprova di questa serena inquietudine d'artista sta nella notizia, confermata, del suo nuovo film da protagonista «un ruolo drammatico, di un uomo cinico condannato da un tumore, diretto da Paolo Sorrentino (a Cannes con "Il Divo", il film su Giulio Andreotti, nda)... «Una bella sfida - racconta Christian - tra un film di Natale e l'altro... il prossimo sarà in Brasile, dove ho paura che ci beccheremo la solita tempesta, dopo gli uragani e le dissenterie in Florida, India ed Egitto, visto che noi giriamo d'estate mentre là è pieno inverno...». Poi, a sorpresa, Christian mi invita a seguirlo con la mia troupe sul palco. In vestaglia, gambe nude e pantofole, con i tecnici a bocca aperta per lo stupore, Christian prova il medley di Frank Sinatra, uno dei momenti più amati e attesi del suo spettacolo. Dietro di lui, solenne, l'orchestra di trenta elementi, le due cantanti al fianco (l'amico di sempre Paolo Conticini quella sera non c'è. Peccato perché la scena sarebbe stata ancora più comica). Come pochissimi altri, lui si diverte a fare quello che fa. Forse per noia del vuoto, o della quotidianità, a lui può capitare di voler sorprendere sempre e comunque. Dietro le quinte, almeno. Sì, perché per un attore che vive d'immagine, farsi riprendere mentre balla e canta i grandi classici in vestaglia e ciabatte è come Sharon Stone si facesse riprendere, a cinquant'anni, appena sveglia fino a che, dopo un'ora di trucco, non ridiventa la diva che tutti conosciamo. Se fai una cosa del genere, ben sapendo che andrai in onda, bè, allora è solo perché ti diverti a farlo. Un attore che è ben consapevole di essere una parte del "tempo libero" della gente che va a vederlo. Per affrancarsi dall'essere "il figlio di", nei primi anni '70, Christian se n'è dovuto andare in Sudamerica, a iniziare una carriera come uno qualsiasi. E che ce l'ha fatta, ancora una volta partendo lontano da quell'Italia che non lo capiva. Un giorno, doveva essere per Natale sul Nilo, alzandosi da un divano su cui lo avevo ammucchiato con lo stesso Boldi, i vari Fichi d'India, Enzo Salvi, Biagio Izzo e co. Christian si era alzato di scatto, dopo l'ennesimo scherzo da caserma (quelle interviste natalizie andrebbero montate in un documentario, presto o tardi lo farò...) gridando a favore di telecamera «Basta, siete una compagnia di guitti, io me ne vado!», provocando risate a non finire... Un'altra volta, mentre i Fichi apostrofavano lui e Boldi con frasi tipo «Andatevene, siete vecchi, ormai ci siamo noi...» Christian si rivolse a Massimo chiedendogli con perfetta calma, solo vagamente infastidito, come se intorno non avessero quei due a berciare: «Massimo caro, ma perché l'anno scorso avevamo Cindy Crawford e ora ci sono questi due cessi?» e Boldi, tempo perfetto da comico di razza superiore: «Che ne so».
Ogni volta che lo vedo, Christian, ho solo un piccolo rimpianto mio, personale, da giornalista e amico. Riguarda l'ultima volta che l'ho intervistato con Boldi, mettendoli a letto insieme, in una suite del Grand Hotel St. Regis, proprio per scherzare sulle voci (vere) che Natale a Miami era il loro ultimo film insieme. Fecero tutto loro. Giocando a cuscinate, urlando e ridendo alle lacrime come due bambini fin poi a rivestirsi, seri, per le interviste con le altre tv.
Il rimpianto, dicevo, è quello di non aver potuto dare la notizia che uno dei due aspettava un bambino dall'altro. Ma la speranza è dura a morire.

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