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SANGUEPAZZO, di Marco Tullio Giordana, con Monica Bellucci, ...


Come molti sanno, Valenti e la Ferida erano una coppia di divi che avevano fatto furore nel nostro cinema ai tempi dei telefoni bianchi, in ruoli quasi sempre di «cattivi». Prima amanti, poi marito e moglie, si erano reciprocamente trascinati in vari vizi, specialmente la droga da cui, soprattutto Valenti, aveva finito per essere sopraffatto. Con il risultato di vedergli perdere ogni controllo: sul lavoro, nei rapporti con la gente, anche al momento in cui, scoppiata la guerra, aveva finito per arruolarsi nella X Mas di Junio Borghese con l'occasione di un suo trasferimento con la moglie a Venezia motivato da una sua adesione alla Repubblica Sociale frutto più della sua smania di trasgressioni che non per vero convincimento, presto coinvolto, ma senza veramente parteciparvi, nelle gesta di un poliziotto torturatore associato alle SS che, fra l'altro, lo riforniva di droga. Subito dopo la liberazione si era consegnato, sempre con la moglie, ai partigiani che, ritenendolo colpevole per le sue relazioni con il torturatore, lo avevano fucilato con quella che consideravano la sua complice.
Giordana, che su quegli anni ci aveva già dato nell'84 un serio film per la TV, «Notte e nebbia», ha inserito nel suo racconto alcuni personaggi di fantasia, qualcuno però ripreso da modelli autentici, ha mutato certi nomi, ha reinventato varie situazioni ma, con una costruzione narrativa che in parallelo propone il passato della coppia nel cinema fra i Trenta e Quaranta, e quel presente tragico che ne vedrà la fine, ha soprattutto cercato di sfatare appunto quella leggenda che voleva i due responsabili di cupe nefandezze e ne ha messo in risalto l'umanità, i tormenti, i reciproci spesso turbolenti rapporti sentimentali. Per precisar meglio l'epoca attorno, facendo ricorso, con abilità, a materiale di repertorio in bianco e nero, per rievocarci studiandone da vicino, con luci ed ombre, le psicologie con quel senso in lui tanto fine ed attento della realtà quotidiana, pur quando l'attraversa la Storia. La pagina più bella (intensa e partecipe) il finale: il partigiano che ha sparato, dice, quasi per rassicurarsi: «Giustizia è fatta». L'altro non risponde. per nulla convinto. Le facce dei due, eloquentissime, sono di Luigi Lo Cascio e di Maurizio Donadoni. La Ferida è una lacerata Monica Bellucci (bravissima), Valenti è Luca Zingaretti, grande come sempre. Di fronte un finissimo Alessio Boni, nella rilettura, forse, di Visconti.

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