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«Ma valla a raccontare a un altro! I tedeschi che cercavano ...

«Stavano sulla spiaggia di Boretto e diventavano matti perché non sapevano come attraversare il fiume e arrivare sulla sponda mantovana. Hanno usato di tutto. Non solo le bigonce per l'uva, ma le botti di legno, i mastelli per il bucato...»
Fu quello il primo dei tanti racconti sulla fine della guerra che Nelson ascoltò. Il 23 aprile aveva spedito Fabio a Brescello per controllare che nella casa di via Telesforo Righi fosse tutto in ordine. E per andare a trovare la zia Pepa a Gualtieri, con un gran cesto di provviste. Insieme a Fabio, era salito sul camion Matteo, l'ex brigatista. Vista l'aria spessa che tirava, meglio essere in due. Bene armati e pronti a tutto. Per la verità, il ragazzo non sembrava per niente contento di quel viaggio. Anche lui sapeva che la Brigata Nera di Reggio stava scappando dalla città verso il Po.
E temeva che qualcuno dei suoi vecchi camerati potesse riconoscerlo. Ma né all'andata né al ritorno avevano incontrato guai. E adesso Fabio stava nel salotto di Villa Anita, per riferire al principale l'esito dell'ispezione a Boretto e a Brescello.
Sulla sponda destra del Po avevano visto un'ammucchiata impressionante di soldati tedeschi. Venivano dal Reggiano e da Sorbolo, appena al di là del confine con Parma. Il ponte di Guastalla non esisteva più. E anche il traghetto di Boretto era scomparso. I primi reparti arrivati al fiume s'erano impadroniti di qualche chiatta, ma nessuno l'aveva riportata indietro. Di mezzi anfibi nemmeno a parlarne.
Per di più, il Po era bello gonfio, come succedeva quasi sempre in primavera. Però neppure l'acqua alta che correva veloce, e i gorghi violenti che formava, sembravano capaci di fermare la frenesia impaurita di chi voleva raggiungere l'altra riva. Molti tedeschi parevano convinti che la sponda di Viadana fosse ancora un territorio controllato da loro. Invece, al di là del fiume, c'erano dei partigiani che li accoglievano a fucilate e catturavano i pochi soldati che riuscivano ad arrivarci.
Fabio raccontò: «La gente del posto ci ha detto che qualcuno dei tedeschi ha cercato di passare il Po persino a cavallo o sulle camionette. E che molti sono annegati. Tanti altri invece li hanno bloccati fra Boretto e Guastalla. Ma di questo non sono sicuro perché non li ho visti con i miei occhi. Ci siamo fermati poco, dovevamo andare da tua zia a Gualtieri e poi a Brescello per renderci conto se la casa era in ordine».
«Come sta la Pepa? È spaventata da tutto questo bordello?»"
«Neanche un po'. Si vede che soffre per la malattia, ma è una donna di ferro. La trattano con i guanti perché sanno che tu sei suo nipote. Ci ha raccomandato di dare un bacio a Nora e alla bambina. Poi ci ha ordinato di dire a tua moglie di farti rigare diritto perché non sei più uno scapolo e devi stare attento ai pericoli...»
Nelson sorrise: «La Pepa non invecchia mai! E a Brescello che cosa avete trovato?».
«Soprattutto tanta gente in festa. La tua strada era tranquilla. E nessuno ti è entrato in casa. Abbiamo sentito che il 19 aprile i partigiani hanno assalito la caserma della Gnr. Qualcuno di quei militi è morto nella sparatoria. Ma non ne sappiamo di più».
«Avete visto fucilare dei fascisti?»
«No. Però ci hanno parlato di quattro persone sequestrate dai partigiani e fatte sparire. Mi sono scritto i nomi con qualche notizia che li riguarda. Vedi un po' se è gente che conosci».
Fabio prese dallo zaino un taccuino e cominciò a leggere. Nelson ricordava bene il primo degli scomparsi. Si chiamava Alberto Truzzi, un uomo fra i trenta e i quarant'anni, possedeva un podere ed era stato podestà e poi commissario prefettizio di Brescello. Il secondo era un milite della Brigata Nera, Ulderico Bertazzoni, un operaio di Boretto ormai vicino alla cinquantina, catturato dai partigiani il 20 aprile. Il terzo era il maresciallo dei carabinieri del paese: Ugo Prati, un bolognese di quarantotto anni. Il quarto un industriale del posto: Fernando Reni.
Gli ultimi due li avevano prelevati in casa dei gappisti di Poviglio. Come l'ex podestà e l'operaio brigatista, anche loro erano svaniti nel nulla. Tutti scomparsi, senza che si sapesse niente della loro fine. Ma quello che stava accadendo a Brescello era ben poca cosa al confronto di quanto avveniva a Reggio Emilia. La città era in festa e, al tempo stesso, nel caos. Dei tedeschi non era rimasta neanche l'ombra. I pochi che si erano attardati nella fuga giravano al largo o vagavano per la campagna, sperando di consegnarsi agli americani in arrivo. L'ultimo gruppo tedesco era stato visto transitare vicino a Montecchio, tra il 24 e il 25 aprile. Era una batteria che cercava di raggiungere Parma. Per trainare i cannoni avevano soltanto dei buoi, rubati ai contadini della zona. Si diceva che con loro ci fossero dei mongoli, specializzati in stupri e violenze sulle donne. Se era vero, pure quei brutti ceffi stavano pensando soltanto a scappare. Anche i fascisti sembravano scomparsi da Reggio. A parte qualche franco tiratore che sparava dai tetti ed era destinato a una brutta fine. In realtà, di repubblicani ce n'erano ancora in città. Molti stavano nascosti in casa, senza rendersi conto che i partigiani li avrebbero cercati prima di tutto proprio lì. Ma i più erano già nelle mani dei vincitori che si preparavano a fucilarli. La prima strage fu quella del presidio fascista di Novellara. Si arrese fra il 22 e il 23 aprile, dopo che ai militi era stato garantito che nessuno sarebbe stato giustiziato. I prigionieri, molti della Brigata Nera, vennero radunati nel campo sportivo. Qui ci fu la selezione. Alcuni furono rinchiusi in un camerone della Rocca. Gli altri li misero dentro un gabbione di legno. Issati su un autocarro, furono portati in giro per i dintorni, tra gli insulti della gente, e poi fucilati. A quel punto, i vincitori si occuparono dei prigionieri raccolti nella Rocca. Una metà venne mandata a casa e l'altra metà ammazzata. La seconda strage riguardò il presidio di Castelnovo di Sotto. Qui, prima di fuggire, i tedeschi avevano ucciso cinque partigiani. A pagare per quell'ultimo eccidio, furono i fascisti. Il 24 aprile, sull'argine del torrente Crostolo, quarantadue militi della Gnr e della Brigata Nera vennero giustiziati insieme ad alcuni civili. La sera del 26 aprile ci fu una seconda esecuzione, sempre sul Crostolo. Vi morirono altri ventuno fascisti, tra civili e militari, rastrellati a Castelnovo, a Cadelbosco di Sotto e a Praticello di Gattatico. Infine, la notte fra il 30 aprile e il 1° maggio, fecero la stessa fine undici fascisti, catturati il giorno precedente. Nella terza strage scomparvero i ventiquattro militi della Gnr di Montecchio. Il 23 aprile avevano fatto una sortita fino a Barco, una frazione di Bibbiano. E lì stavano, con la speranza di veder arrivare qualche avanguardia degli americani e di arrendersi senza rischiare la pelle. Poi dovettero consegnarsi ai partigiani che pure a loro avevano promesso salva la vita. Ma una volta catturati, furono avviati sull'Appennino, verso Trinità e Roncaglio.
Nelson venne a sapere che quella marcia della morte era durata due giorni. I militi camminavano con le mani legate dietro la schiena, pungolati dai partigiani e tenuti in riga da una lunga corda che passava attorno al collo di ciascuno. A vederli sfilare c'era la solita folla, esaltata o impaurita. Quando arrivarono a Cernaieto, una località di Casina, erano sfiniti, con i volti insanguinati e coperti di sputi. Sottoposti a un processo sommario, furono prima picchiati e poi tutti uccisi. Il più alto in grado era un sottotenente romagnolo di Bagnacavallo: Gaetano Giovanardi, di 21 anni. Il più anziano era un caporalmaggiore, di Sant'Ilario d'Enza: Angelo Gallingani, di 48 anni. Con lui venne ammazzato il figlio Luigi, di 17 anni. Non furono risparmiati neppure altri due militi giovanissimi, entrambi sedicenni: Luciano Gibertini e William Onesti.
«Stanno accoppando fascisti dappertutto» raccontò Nelson a Nora. «Quando leggevo sui libri di storia che nel tal posto c'era stato un bagno di sangue, non riuscivo a immaginare di che cosa si trattasse. Adesso lo so, anzi lo sappiamo. A Campagnola sono state assassinate trentacinque persone, condotte lì da paesi diversi. Tante altre i partigiani le hanno uccise a Bagnolo in Piano, a Fosdondo di Correggio, a Rio Saliceto, a Gavassa, una frazione di Reggio. A Luzzara parecchia gente è stata scaraventata nel Po con le mani legate e lasciata annegare. A San Martino in Rio due fratelli li hanno finiti a colpi di bastone. E i loro corpi, rinchiusi in due sacchi, sono stati gettati davanti alla casa della madre... Però conosciamo soltanto una parte di quello che sta accadendo». Qualcosa di più si scoprì nei giorni successivi. E molti racconti dicevano che la guerra civile si stava chiudendo in un inferno di orrori e di sadismi. I più fortunati tra i fascisti erano prelevati in casa da squadre che li uccidevano subito. Ma molti altri, prima di morire, venivano avviati lungo percorsi nefandi, immaginati per accrescere le sofferenze e rendere la morte una liberazione. Il dopoguerra cominciava nel modo più feroce. Con un vortice di brutalità che trascinava nel buio decine e decine di esistenze. Tanti dei fascisti sequestrati dai vincitori sparivano nel nulla. Dove erano stati portati? Dove erano stati uccisi? E dove erano stati sepolti? Nessuno dei vincitori si curava di rispondere alle domande angosciate dei famigliari. E per anni e anni il segreto più ottuso avrebbe continuato a coprire il lavoro di tanti becchini.
Era un sistema studiato per estendere la pena e lo strazio a una cerchia sempre più vasta di persone. Fu questa la prova più evidente che, dietro lo schermo della libertà appena conquistata, la ferocia della guerra civile rimaneva immutata. Del resto, la scoperta di tante necropoli nascoste avrebbe rivelato che cosa si celava sotto le bandiere della vittoria partigiana. Arrivati alla resa dei conti, molti dei vincitori non si erano limitati a uccidere gli sconfitti. Prima di accopparli avevano voluto farli penare, con una crudeltà non diversa da quella messa in mostra dai fascisti e dai nazisti. Centinaia di nemici, ormai non più in grado di rappresentare un pericolo, vennero umiliati, torturati, violentati, costretti a patire sino all'ultimo respiro, e infine ammazzati e fatti sparire per sempre.
In un paese sulla via Emilia, un fascista venne bardato come un cavallo, con i finimenti e il morso, e poi costretto a trainare un carro pieno di letame, mentre la gente lo pungolava con i bastoni. A Campagnola due militi della Brigata Nera furono obbligati a camminare dal municipio alla chiesa fra ali di folla inferocita che li percosse a morte. Altri vennero uccisi nelle carceri di Reggio, dove chiunque poteva entrare e seviziare i prigionieri. Nel carcere di San Tommaso stavano rinchiusi più di seicento fascisti. Ma anche i Servi e il manicomio giudiziario erano strapieni. Tutti subivano una violenza dopo l'altra. C'era un accanimento speciale nei confronti delle ragazze che erano state con la Repubblica sociale. A Villarotta, frazione di Luzzara, i vendicatori prelevarono in casa due donne colpevoli di avere la tessera del Pfr. La più giovane era Annalice Mellini, 22 anni, inserviente in un ospedaletto da campo tedesco che accoglieva i feriti sul fronte. L'altra era Maria Benatti, 28 anni, madre di tre bambini. Vennero violentate, rapate a zero, pestate, esposte alla rabbia della gente e infine rimandate a casa, con la bocca piena di terra. Dopo meno di un mese, il 21 maggio, furono di nuovo catturate, condotte fuori dal paese e uccise con qualche raffica di mitra. Sempre in quei giorni, Nelson seppe di un'altra storia, legata alla tassa della liberazione che aveva tormentato anche Nora.
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Quest'ultima storia Nelson si guardò bene dal raccontarla a Nora. Poteva ricordarle quel che aveva vissuto nell'autunno precedente: l'irruzione dei tre partigiani armati, la richiesta di soldi, il rischio di essere stuprata.
Ma la bufera che imperversava nel Reggiano, le violenze e le esecuzioni, non potevano restare fuori da Villa Anita. E ne parlarono entrambi per giorni e giorni. Atterrita, Nora domandò: «È giusto tutto questo?». «No, non è giusto» rispose Nelson. «Ci vorrebbero dei processi regolari. Però le guerre civili si concludono sempre così. Chi vince o sta con i vincitori, spara. Chi ha perso, o stava con i perdenti, ci rimette la pelle. Ma è disgustoso. I partigiani dicevano di battersi per la libertà e la democrazia. Invece si stanno comportando come i tedeschi e i fascisti." "Che cosa pensi di fare?» chiese Nora. «Nulla. Io devo difendere te, Giulia, la Tata e questa casa. È quello che sto facendo da quando ci siamo incontrati. Dobbiamo pensare soltanto a noi. Quest'epoca feroce prima o poi dovrà pur finire. E allora potremo sperare in una vita normale».
«Non possiamo pensare soltanto a noi» gli replicò Nora.
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