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Pasquale Squitieri: <br/>"La cultura è di destra"

Pasquale Squitieri: <br/>"La cultura è di destra"

Squitieri

«Dopo il disastro di Mani Pulite - spiega Pasquale Squitieri - sono stato senatore del governo Berlusconi e ho avuto il privilegio di vedere un passaggio storico. L'economia assumeva un ruolo primario, dopo che Craxi aveva tentato di tenere l'economia sotto la politica le cose cambiavano, veramente. In Senato, dove tutti ci davamo del tu, ho avvicinato Gianni Agnelli, l'Avvocato, e gli ho chiesto perché non scendesse in politica lui. Mi ha risposto che non era uno stupido. Mi torna in mente una frase di Mattei, per lui i politici erano come i taxi, quando serviva ne prendeva uno. Ecco - prosegue Squitieri durante l'introduzione con la quale ha voluto aprire il Forum de Il Tempo - oggi siamo in un momento importante, molto simile al '94. Ci troviamo di fronte al crollo della sinistra comunista, che ha tradito il Paese. Di questo crollo la destra, che fino a questo momento è stata spettatrice, deve ora divenire protagonista con le sue idee liberali. Oggi dobbiamo con forza, individuale e collettiva, portare il Paese ad essere uno stato di diritto».


Pasquale Squitieri, come ha fatto, fino ad oggi, la sinistra ad avere l'egemonia culturale? Che problema ha la destra, ha avuto scarsa attenzione verso queste tematiche?


«La cultura italiana è di destra. Tanti anni fa lavoravo per Paese Sera, perciò questi argomenti li ho visti da sinistra. Prendiamo la massima espressione della nostra cultura cinematografica, Alberto Sordi, ha criticato la destra, in tanti anni di cinema, ma sempre dall'interno della destra. Lo stesso Pasolini non è mai stato di sinistra, in realtà, in tanti anni non è mai stato fatto un capolavoro, epico, sulla Resistenza. Allora il problema è della gestione, fatta dalla sinistra, da uomini come Trombadori. Ma guardiamo "Roma città aperta": il protagonista è un prete, non un eroe della Resistenza».


Questo è dovuto ad anni di finanziamenti statali?


«Il cinema fatto dallo Stato è segno di degrado ed inevitabilmente crea censura. Io ho realizzato "Claretta", "Il prefetto di ferro", "Atto di dolore", film che hanno fatto discutere e che mai avrei potuto fare con lo Stato».


Eppure in Francia il cinema con i finanziamenti statali è possibile.


«La Francia è monoculturale. Ha una capitale, Parigi. Racine è indiscusso. Invece da noi Manzoni non è l'Italia. Non abbiamo una sola capitale. Tutte le città italiane, come ogni capitale, vogliono una università, un aeroporto e uno zoo. Io ne ho contati, in tutto il Paese, 36, di poveri animali che si mangiano tra di loro. Il problema è che questo non è un Paese unito».


E i festival del cinema sono tanti quanti gli zoo?


«Molti, molti di più. Roma, Milano, Napoli, i principali sono 76. In tutti gli Stati Uniti ce ne sono dieci, e dieci anche in Francia. In Gran Bretagna due, come in Spagna, in Giappone solo uno. E Questa è l'unità d'Italia. Parlando della Festa del Cinema di Roma non mi sembra logico distribuire 17 milioni di euro su Roma. Con questi soldi si possono fare dei film, anche perché oggi un film, come "I pugni in tasca", costerebbe la metà della metà».


Cosa sarà della Festa del Cinema di Roma?


«Gestire una comunità significa gestire delle priorità. Se un figlio ha fame non possiamo comprargli la bicicletta. Oggi la situazione è difficile. Io ho una idea. A meno che... bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga uguale, nel qual caso me ne tornerò al mio posto, ho l'idea di una Festa come un sogno lungo un giorno. Ho pensato di chiedere a dieci grandi registi, di fama internazionale, e qualcuno l'ho già contattatto, di girare un film su Roma, un omaggio e un atto d'amore verso Roma. Questa potrebbe essere una chiave, trovando il modo che questi film vengano proiettati nel giorno dei David di Donatello, coinvolgendo i David. Un qualcosa che appaia come un atto d'amore per Roma».


E le tante persone attratte dalla manifestazione?


«Ma oggi a nessuna capitale del mondo interessa portare tanta gente in strada, sono contrario alla banalizzazione della cultura. Oggi io alla sinistra direi: non siete voi gli stessi che negli anni '70 bloccaste il Festival di Venezia e oggi difendete i divi americani? Abbiamo rinunciato a tutto per farci una foto con DiCaprio? Abbiamo registi eccezionali: Bellocchio, Amelio, Virzì, Faenza: il suo "I viceré" andava promosso con più forza».


Il cinema è una grande industria del nostro Paese, che dà lavoro a tantissimi ottimi artigiani, c'è una ricetta per rilanciarlo?


«Prima di tutto partendo dalla Scuola del cinema, che non può essere affidata a un sociologo, per fare cinema serve energia, forza. Ai miei tempi venne dato l'incarico ad un uomo eccezionale: Alfredo Bini, produttore di film di Pasolini, che era tutti i giorni in prima linea per il buon funzionamento della scuola, con lui si sono formati ottimi artisti. L'hanno cacciato via quando è caduto il governo Berlusconi. Poi in secondo luogo serve una legge per il cinema, che crei il mestiere del produttore, in maniera che i film vengano realizzati in parte dai privati, in parte dallo Stato, per esempio le opere prime, perché quello è un dovere dello Stato. E poi un premio per l'incasso, che oggi è molto basso, è un premietto, bisogna aumentarlo».


E come vede oggi la situazione tra Sud e Nord?


«Gravissima, la situazione a Napoli è tragica e lo è anche perché è crollata la camorra. In qualche modo la vecchia camorra napoletana, sfruttata e usata dal potere, era un contropotere. Io sono del Rione Sanità... c'era, tanti anni fa un personaggio, don Felice Campolongo, detto "il sindaco del Rione Sanità", un uomo che comandava nella città. Una volta venne da mio padre perché sua figlia voleva sposare il figlio di un vinaio. Voleva che mio padre la convincesse a cambiare idea. Poi cambiò idea don Felice, disse: "È un vinaio, ma noi lo facciamo onorevole". Lo appoggiò come deputato e lui, il vinaio, fu eletto con una valanga di voti. Quello era potere».

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