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Con De Sabata, Boulez e Sinopoli, Lorin Maazel, da sei anni ...

Come per questo "1984", sulla falsariga del celebre racconto avveniristico di George Orwell, datato 1948, con la regia di Robert Lepage in questi giorni di scena alla Scala in un allestimento nuovo di zecca (che segue quello storico del 2005 al Covent Garden di Londra).
Quale è il messaggio di "1984"?
«È innanzi tutto una storia d'amore, come "Carmen", "Tosca", "La Bohème", "Onegin", insomma come tutte le grandi opere. Ma purtroppo questo amore è incastonato nell'incubo di una situazione politica insostenibile, dove la libertà non esiste e l'individualità è schiacciata senza pietà dallo Stato. Con le sole parole è difficile capire: possiamo capire solo attraverso un feeling viscerale che ci fa immedesimare nei due amanti, un transfert che ci immette nei protagonisti che sono torturati e soggetti a lavaggi del cervello. Poi ci sono altri personaggi o situazioni che possiamo riconoscere e con i quali possiamo identificarci, come impiegati, un professore fanatico e parolaio, gli eccessi della folla. Il nostro problema è quello di odiare o di prostrarci dinanzi a una forza superiore come il "Grande fratello". È il panorama della moderna società e la musica riflette la diversità di un mondo artificiale. Orwell non poteva immaginare di avere così ragione con un tema così attuale».
Ci sono state difficoltà?
«Con i librettisti abbiamo lavorato insieme sin dall'inizio. Abbiamo trovato un accordo sempre in contatto tra noi. Alla Scala la messa in scena è fantastica, modernissima, ma non estrosa. La partitura riflette quello che succede sulla scena. La musica ricrea un mondo artificiale ma è scritta col cuore».
Quali i modelli musicali?
«Sono il prodotto di tradizione classica. Da giovane scrivevo fughe ogni giorno per 365 giorni all'anno. Solo così la tecnica si sviluppa. Ma non sono un imitatore anche se mi servo di molti stili insieme. Volevo creare tutto un mondo sonoro: c'è un canto religioso per il culto, un inno nazionale, un coro dell'odio, una canzone pop, un canto paesano».
Trova differenza nei pubblici o c'è una certa globalizzazione del gusto?
«La musica classica ha risonanza differente a Londra rispetto a Pechino. Poco fa ci sono stato con la Filarmonica di New York e c'erano molti giovani. La Cina sarà molto importante per il nuovo mercato della musica. Ma la reazione del pubblico è ovunque piuttosto eguale».
Come si fa a conciliare l'attività direttoriale con quella compositiva?
«È difficile. Per scrivere la musica di "1984" mi alzavo alle 5 di mattina per mesi, ma per poterlo fare bisogna essere profondamente motivati».
Essere stati come lei un enfant prodige è un vantaggio o un handicap?
«Se un bambino è sfruttato, se è privato della vita, è uno svantaggio».
Ha un ricordo personale di Toscanini che lo ha lanciato?
«Venne ad una prova della NBC, entrò nel camerino, mi benedisse, mi sorrise e sparì».
Quali orchestre ama di più ?
«La mia orchestra di New York. Non c'è di meglio. Ma anche quella di Vienna ha una personalità speciale. Debuttai con loro 50 anni fa e ora ritorno a dirigerli».
I centenari servono alla musica?
«Si perché rievocano un'epoca e attirano l'attenzione del pubblico su di un genio?».
Crede che la musica riceva adeguata attenzione in Italia?
«È seguita, ma è anche trascurata perché non la si insegna nelle scuole dell'obbligo ed è una grave mancanza».
Prossimi progetti a Roma?
«Tornerò a marzo sul podio dell'Accademia di S. Cecilia per il "Romeo e Giulietta" di Berlioz».

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