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Ha centoquarant'anni di vita, ma non li dimostra. Ancora ...

A pensarci bene, è davvero straordinaria la tenuta dell'Azione Cattolica. Ha subito prove durissime, eppure è riuscita ogni volta a venirne fuori, a trovare dentro di sé le motivazioni giuste per rinnovarsi.
Senza andare tanto indietro nel tempo, basterebbe ricordare il pauroso tracollo tra la fine del Concilio e la contestazione del '68, con la fuga di almeno due milioni e mezzo di iscritti. Oppure il confronto con Comunione e Liberazione negli anni Ottanta, le due anime del cattolicesimo italiano, i "cristiani della mediazione" e i "cristiani della presenza". O ancora il dissidio con i vertici dell'episcopato a causa della "scelta religiosa", interpretata da non pochi vescovi come una riduzione intimistica della fede, un disimpegno nell'ambito sociale e politico.
Oggi, dunque, l'Azione Cattolica non ha più il monopolio assoluto dell'associazionismo cattolico. Non ha più il ruolo di interlocutore privilegiato dell'episcopato. Così come non ha più, quale "terreno" esclusivo, l'azione pastorale nelle parrocchie, per il diffondersi di nuove forme organizzative che le comunità cristiane si sono date. E tuttavia l'A.C. si è via via dimostrata una esperienza di cui la Chiesa non può fare assolutamente a meno.
Infatti, proprio per le sue caratteristiche, l'Azione Cattolica s'è rivelata in piena sintonia con il progetto di una "nuova evangelizzazione" lanciato da Giovanni Paolo II. Diversa da altri movimenti - i quali, per la loro stessa fisionomia, sono portati ad aggregare certe categorie di persone e a escluderne altre - l'A.C. è in grado di agire sulla massa. E quindi può promuovere, in maniera organica e comunitaria, quelle che sono le basi portanti della missione evangelizzatrice: la santità di vita e la presenza nella società.
E poi, sul piano strettamente temporale, c'è da tener conto della situazione inedita che si è venuta a creare in Italia, dopo la fine della Democrazia Cristiana e dell'unità politica dei cattolici, e dopo il progressivo accentuarsi della diaspora dei credenti nei vari schieramenti partitici. Fino al delinearsi, con le ultime elezioni, di un sistema bipolare, con due grandi raggruppamenti attraversati entrambi da grosse lacerazioni sulle maggiori problematiche etiche.
In questo particolare contesto, la Chiesa italiana è scesa spesso in campo per tutelare principi e diritti che considera intoccabili, a cominciare da quelli riguardanti la vita e la famiglia. Ma, nello stesso tempo, la Chiesa si è anche resa conto di aver bisogno di altre "voci" che possano contribuire a costruire un consenso il più vasto possibile, nella società italiana, attorno a questi principi e diritti.
E qui il discorso sembra portare direttamente all'Azione Cattolica, alla capacità che essa ha - sono parole del suo presidente, Luigi Alici - di "rimettere al centro della vita civile, sociale e anche politica quei valori irrinunciabili che precedono la dialettica politica". Ed è lo stesso spirito che animava il "Manifesto al Paese", dove l'A.C. ribadiva solennemente di voler operare sia per il primato della fede sia per la promozione del bene comune.
Ed ecco il perché dei tanti motivi di interesse per la XIII assemblea dell'Azione Cattolica che si apre oggi a Roma. Una assemblea elettiva ma, nello stesso tempo, impegnata a ripensare la propria storia, e da lì ripartire per progettare il futuro. E, soprattutto, per favorire la maturazione di un laicato adulto e cosciente. Perché, se è vero che nella Chiesa si avverte il rischio di un nuovo insidioso clericalismo, questo rischio è da attribuire non solo ai chierici ma anche ai laici cristiani.

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