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L'orrore della guerra sovrasta tutto


L'idea che se ne potesse ricavare un film venne a Mark Johnson, il produttore di «Donnie Brasco», che pensò bene di rivolgersi, per vederla realizzata, a un regista di non molti pregi, Richard Shepard, il quale, dopo aver intervistato i giornalisti autori dell'articolo su «Esquire», partì alla volta di Sarajevo per rendersi conto di fatti, di situazioni e di luoghi adatti a servire da base a una vicenda che, pur conservando il ricordo della documentazione giornalistica, si prestasse anche a diventare uno spettacolo accettabile per i consueti moduli di Hollywood.
Ecco così questo «Hunting Party», protagonista (per tenersi sul sicuro) Richard Gere, trasformato nell'inviato di una grande emittente televisiva sospeso dal suo incarico perché, ferito dagli orrori cui aveva assistito nei Balcani, in una trasmissione in diretta aveva perso la testa. Adesso, sempre in movimento tra Sarajevo e dintorni a servizio di modestissime emittenti, incontra un direttore della fotografia (l'attore afroamericano Terrence Howard) con cui a suo tempo si era cimentato in tutte le sue imprese migliori. Ha appena saputo dove si nasconderebbe un noto criminale di guerra (Karadzic non è nominato, vi si accenna solo con la pseudonimo di «Volpe») e così convince l'altro a seguirlo in un'avventura cui potrebbe far corona anche un'ingente somma di denaro come premio.
Seguono le gesta dei due, anzi, dei tre, perché vi si aggiunge un giovinetto un po' balordo raccomandato dai dirigenti televisivi. Il testo e la regia di Shepard si impegnano a tener desto l'interesse dello spettatore qua e là anche con risvolti un po' umoristici e, in certi flash-back, con citazioni di alcuni drammi sentimentali del protagonista, ma il risultato è di rilievo scarso. Le documentazioni, con materiali di repertorio, delle atrocità perpetrate in Bosnia riescono ad imporsi ed anche la riproposta di rovine e di miserie ricostruite in Croazia, ma l'intreccio attorno ai principali personaggi è spesso poco ordinato. Con situazioni di maniera vanamente indirizzate a suscitare tensioni.
Gli interpreti si impegnano, non sempre però con successo. Da citare di sfuggita, tra loro, Diane Kruger che, pur in quell'inferno, si sente sempre Elena in «Troy».

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