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di GIAMPAOLO MATTEI<br/> e GIOMMARIA MONTI Qualcuno scavalca ...

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È l'obiettivo. Quella notte arrivano con in mano una tanica di benzina e un innesco. Salgono in silenzio la scala D del lotto 15 di quelle case popolari. Arrivano al terzo piano, davanti all'appartamento n. 5, il nostro. All'interno, addormentati, ci siamo io, i miei fratelli Stefano e Virgilio, le mie sorelle Antonella, Lucia e Silvia, insieme a mio padre e mia madre. Cospargono di benzina il pianerottolo davanti al portone, fanno filtrare il combustibile con un piano inclinato dentro la soglia perché possa superare la soletta rialzata che mio padre aveva fatto costruire. Poi lasciano l'innesco rudimentale sul pianerottolo e scappano. L'innesco esplode, la benzina prende fuoco. Brucia tutto.
Non ricordo nulla, lascio che racconti mia madre Anna Maria.
Ho sentito un boato, ha tremato la casa. Ho cominciato a gridare: «Mario! Mario!» Chiamavo mio marito per cercare aiuto, non per svegliarlo. Era già in piedi, la porta era in fiamme. Ho preso Giampaolo e Antonella e mi sono precipitata per le scale. Scalza. Le ciabatte erano rimaste incollate al pavimento in fiamme. Con i piedi bruciati, in sottoveste, sono scesa di sotto con i bambini. Ho visto lampi che mi accecavano, ho capito che erano i fotografi. Gli ho lanciato sassi, le scarpe non le avevo. Gli gridavo "Non mi fotografate! Non mi fotografate!" Sono una donna all'antica, pudica, ero in sottoveste, mi sentivo nuda. Qualcuno mi ha dato una coperta e me l'ha buttata addosso. Poi mi hanno presa, messa su un'ambulanza e anziché portarmi in un ospedale, il magistrato Domenico Sica ha cominciato a interrogarmi lì sopra, non so più per quanto tempo. Io non sapevo nulla di mio marito, degli altri figli, di Stefano e Virgilio. Non mi hanno detto cosa era successo. Alla fine li ho pregati: non ce la faccio più, mi sento male. Quella paura non mi è passata: da allora prendo 30 gocce di Valium al giorno. Quando è morto mia marito Mario, nel 2001, ho rivissuto l'incubo di quella notte. Chiamavo i miei figli, mi strappavo via la roba di dosso come ci fosse il fuoco.
La nostra casa di via Bibbiena è piccola, quaranta metri quadri. Mamma riesce a prendere me e Antonella, a passare nel fuoco - la stanza è vicina alla porta - e a tirarci fuori dall'inferno, scappando dalle scale. Lucia si cala dal balconcino di fianco alla camera di Stefano e Virgilio e si salva con l'aiuto di mio padre, che la afferra al volo pur essendo pieno di ustioni. Silvia è la più grande, ha ricordi nitidi e ferite profonde. All'epoca, raccontò così quella notte ai giudici: «Io e mia sorella Lucia dormivamo nell'anticucina. Ci siamo svegliate che il fuoco aveva già invaso il corridoio. Papà è entrato in camera nostra per prendere due bottiglie di schiumogeno che conservava in un armadio. Ne ha buttata una sull'ingresso e ha aperto un piccolo varco da cui sono passati mia madre, Antonella e Giampaolo. L'altra bottiglia non ha funzionato e le fiamme sono diventate più alte (...). Ho cercato di spegnere le fiamme avvolgendolo in una coperta. Il fumo ci soffocava, il fuoco era sempre più alto; andavano verso la cameretta di mio fratello. Ho sentito la voce di Virgilio che urlava al telefono, ma non ha finito la frase. Forse il fuoco aveva già bruciato il filo. Abbiamo dovuto chiudere la porta per guadagnare qualche istante. Papà ha rotto i vetri del balcone della cucina: attraverso la finestra voleva aiutare i miei fratelli che erano nella stanza accanto e gridava ai vicini: "Salvate i miei figli, chiamate i pompieri!" Io ho cercato di tornare indietro, di uscire nel corridoio, ma non ho potuto aprire la porta, tanto la maniglia era rovente. Quando sono tornata alla finestra papà si era già calato sul balcone del piano di sotto. Mia sorella si era affacciata alla finestra. Ho provato a scendere anch'io, mi sono aggrappata con le mani al davanzale, ma… Non riuscivo, non riuscivo ad arrivare fino a mio padre. A poco a poco le forze mi sono mancate e sono scivolata giù, lungo il muro. Ho tentato di aggrapparmi a qualcosa, i fili dello stenditoio, che però si sono spezzati. Da quel momento in poi non ricordo più nulla».
Sono pochissimi istanti, fissati nella sua memoria. Una notte così, a diciannove anni, non te la dimentichi più. Silvia è l'unica tra le mie sorelle che ogni tanto ne parla. Ancora oggi, trentacinque anni dopo, conserva dettagli nitidissimi.
Prima sono riuscita a spegnere le fiamme che avvolgevano mio padre. Poi sono scappata sulla veranda della cucina a fianco della finestra di Stefano e Virgilio. Vedevo Virgilio, ho cercato di prendergli le mani, di aiutarlo. Sono caduta nel vuoto. Ho battuto la testa sulla ringhiera, poi la schiena sul tubo del gas, poi sul marciapiede. Mi sono rotta tre costole e due vertebre, ho fatto mesi di ospedale.
Stefano e Virgilio, invece, non ce la fanno. Rimangono alla finestra della loro stanza. Ha ventidue anni, Virgilio. E Stefano, che si è aggrappato alla sua gamba, ne ha dieci.
Nella nostra memoria (la mia, quella di mia madre e delle mie sorelle) c'è un buco nero, un riquadro che non possiamo riempire. È la foto scattata dal fotografo Antonio Monteforte e che ritrae Virgilio affacciato, nell'estremo tentativo di sfuggire alle fiamme. Quella che le mie sorelle hanno sempre ritagliato via dai giornali per evitare che mia madre la vedesse. Conservo le pagine dei giornali con il ritaglio al centro, un buco enorme perché quella non è una foto da poco, è una foto da sparare a tutta pagina. Come fanno ancora oggi. L'hanno chiamata "la morte in diretta", l'istante che fotografa l'orrore, il dolore che trasfigura il viso. È Virgilio alla finestra. L'obiettivo della macchina fotografica, come per pietà, non coglie Stefano avvinghiato alle sue gambe (...). Quella foto ogni tanto la tv la mostrava se si parlava di Primavalle. Allora uno di noi scattava in piedi e, se appariva la foto, si metteva davanti allo schermo perché nostra madre non la vedesse. Lo facciamo ancora oggi. Perché ancora oggi viene riproposta parlando dei Mattei. Lo so che per i giornalisti, per gli storici, è la foto della memoria, che racconta gli anni di piombo meglio di molti discorsi. Al pari di quella dell'autonomo con la pistola spianata in una strada di Milano, del bagagliaio della Renault 5 con il cadavere di Aldo Moro, dell'orologio fermo sulle 10.25 nella stazione di Bologna. Una foto che è diventata un simbolo. Ma per chi è vivo, per chi ha messo al mondo Stefano e Virgilio, per chi è cresciuto con loro, quell'istantanea è una ferita che brucia da trentacinque anni.
Per anni non ho mai capito perché a casa mia non si comprassero le mele. Tutta la frutta, ma le mele no. Poi un giorno mamma lo ha spiegato a Luca Telese, che stava scrivendo «Cuori neri», una storia delle vittime di destra degli anni di piombo. Ho sentito il suo racconto, ogni tanto me lo rileggo.
Lei sa cosa vuol dire un bambino di dieci anni che muore? Cosa sono i ricordi? Ecco, per me oggi Stefano è una voce dalla strada, un piccolo che torna da scuola e grida: «Mamma, sono qui!» Tutti i giorni era così. Allora io aprivo la finestra, tiravo una mela di sotto e lui stava a giocare in cortile (...).
Quei ricordi ogni tanto riaffiorano con prepotenza, e allora te li ricacci dentro come un singhiozzo in gola. Lucia, mia sorella, ogni tanto me lo dice:
Tutti parlano sempre solo di Virgilio, perché era il più grande, quello che faceva politica, con più storia da raccontare. Ma Stefano io me lo ricordo bene. Avevo 15 anni, facevo la terza media. I suoi dieci anni li ho vissuti tutti con lui.

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