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Dina D'Isa d.disa@iltempo.it<br/> <br/> Appassionata, ...

E nemmeno adesso, assorbita da impegni teatrali e cinematografici, Monica Guerritore tralascia le battaglie più importanti di questo periodo. Su tutte, quelle in difesa del popolo tibetano e dei monaci buddisti, vessati e repressi dal governo cinese. Accogliendo l'invito del Dalai Lama, che ha chiesto all'Europa aiuto e sostegno, ha infatti dedicato al Tibet le quattro recite straordinarie del suo spettacolo, "Giovanna d'Arco", da lei diretto e interpretato, in scena dal 3 al 6 aprile al Teatro Italia di Roma.
Monica Guerritore, qual è il senso profondo di questo gesto umanitario?
«La forza di Giovanna d'Arco, la sua fede nella trascendenza del cuore, danno ali e potenza al richiamo per la libertà. È questa la santità temporale, la cristianità carnale di Giovanna: farsi strumento di libertà per il suo popolo. Non penso che avrei potuto dedicare uno spettacolo migliore di questo al popolo tibetano: occorre credere in forze e passioni che da sole possono cambiano la realtà . "Il coraggio incomincia quando una voce si fa sentire", dice Dorfman e il teatro è oggi più che mai anche una necessità politica e sociale. "Giovanna d'Arco" è il mio più grande successo e gira da tre anni in tutti i teatri italiani. La violazione dei diritti civili ed umani, la clamorosa condanna al carcere di Hu Jia dissidente cinese, la sistematica repressione contro i monaci buddisti in atto, chiedono a tutti noi una grande riflessione. La fede, la religione, come il pensiero del singolo, sono le radici di un popolo e non possono essere repressi, nè tanto meno prese a manganellate».
Anche in Occidente il pensiero del singolo non è a volte rispettato, ma spesso resta schiacciato sotto il peso delle culture oscurantiste.
«Certo, ma la tragedia del Tibet è molto più grave. E senza dubbio ci ricorda che anche nel nostro quotidiano le violenze contro il singolo vengono sistematicamente operate. Il pensiero che contrasta il potere o la maggioranza viene così violato».
Le donne sono quelle che alla fine ci rimettono di più, per cultura e tradizione.
«La donna ha subìto negli ultimi decenni una grande involuzione, che si è rafforzata con l'avvento della tv commerciale, del marketing e della pubblicità, quando il talento non è stato più richiesto. Anche nel cinema attori e registi fanno fatica a intraprendere percorsi artistici veri e nuovi per la paura del calo degli incassi. Credo molto nel pubblico italiano che è generoso e sa scegliere, sebbene gli vengano propinate proposte mediocri. In quest'ottica, la donna (e l'attrice) si è posta come una Barbie per essere meglio mercificata: questa è stata la più devastante offesa alla singolarità, alla sensibilità e alla diversità femminile. E credo che anche la Chiesa, la cultura cattolica più illuminata, sappia bene che abortire per una donna è una immensa sofferenza. Le donne devono riappropriarsi di se stesse, della loro essenza, senza temere di sentirsi fuori luogo o fuori moda. Questo è importante anche per l'arte: e non è un caso se su 10 Oscar, 9 sono stati vinti da attori provenienti dal palcoscenico».
Finito il teatro tornerà al cinema anche come regista?
«Ho un progetto da regista, ma per ora sono molto impegnata nel ruolo di attrice. Ho appena ultimato il film di Ferzan Ozpetek "Un giorno perfetto", dove interpreto una donna misteriosa che ha uno sguardo tenero e protettivo verso Emma (Isabella Ferrari), violentata dai fatti della vita. Poi sarò sul set di Mimmo Calopresti, nel ruolo di una madre che rievoca le morti della Thyssen. Infine, girerò il film di Pappi Corsicato, "Il seme della discordia", una storia surreale e piena d'incanto».

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