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LA ZONA di Rodrigo Plá, con Daniel Giménez Cacho, Maribel ...

Il film di oggi, dell'esordiente messicano Rodrigo Plá, ci dice che a Città del Messico c'è un comprensorio di ville, detto "la zona", i cui residenti, tutti personaggi di spicco, hanno addirittura ottenuto dalla autorità uno statuto speciale che consento loro di gestirsi con leggi proprie, quasi una città nella città, protetti tutto intorno da un alto muro sorvegliato elettricamente e difeso da guardie armate fino ai denti.
Ora si dà il caso che una notte temporale, sospesa per un certo tempo l'erogazione della energia elettrica, tre ragazzi dei quartieri poveri riescano a penetrare indisturbati nella "zona" per compiervi qualche furto. Involontariamente, però, uccidono una donna anziana che pensavano solo di derubare e due di loro finiscono sotto i colpi dei residenti e delle guardie subito intervenuti in armi.
Il terzo, il più giovane, cercherà di nascondersi nella cantina di una delle ville e, a un certo momento, un suo coetaneo, appartenente a una famiglia lì residente, tenta di venirgli in aiuto, comprendendo presto, a differenza dei suoi pari, che non si tratta affatto di un assassino. Ma è il solo a pensarla così e la sorte dell'altro è segnata...
Rodrigo Plá che, per questa sua opera prima, ha avuto anche un premio, meritatissimo, alla Mostra di Venezia l'estate scorsa, senza far polemiche, unicamente con obiettività e, in qualche passaggio, persino con freddezza, ci ha tracciato il ritratto corale dell'egoismo e, a un certo momento, persino del cinismo, con cui un gruppo di persone che hanno tutto è disposto persino al linciaggio per tutelare i propri privilegi. Accompagnandovi in mezzo il caso del ragazzo che, con generosità, tenta di difendere l'intruso e anche, non proprio di sfondo, quello di un poliziotto che, scoperto il caso, vorrebbe riportare lì ordine e giustizia subito bloccato, però, da superiori corrotti pronti a rispettare, lasciandosi coinvolgere, il potere e la ricchezza dei residenti della "zona".
Realismo duro, psicologie, da una parte e dall'altra, costruite e poi sviluppate con tratti forti, pur nell'ambito di una coralità che finisce per proporsi in climi aspramente negativi. Senza luci, senza pause, lasciando unicamente vincere il male, pur sfumandone molti aspetti. Per privilegiare, come nel finale, anche il sospeso e l'alluso.
Una prova felice del cinema messicano di oggi.

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