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Il fuoco dei versi racconta meglio la vita

Invece stanno nel mondo, come un Dante, un Pasolini, un Testori insegnano. E come s'intestardisce a dimostrare Davide Rondoni, poeta non solo famoso («Il bar del tempo», «Avrebbe amato chiunque», «Compianto, vita») ma militante (nel senso che se ne gira per l'Italia e il mondo a leggerla, la poesia). Lo fa con un volumetto edito da Rizzoli, «Il fuoco della poesia», che presenta a Roma il 3 aprile (ore 17,30, Complesso Monumentale Bocca della Verità, via della Greca 4, interventi di Giovanni Maria Vian e di Gianni Riotta). Qui la cronaca, la politica, le questioni etiche, le statistiche, insomma tutto quello che fa i titoli dei giornali, è accostato a una poesia. Sono i sussurri e grida di un Eliot, di un Rimbaud, di un Pascoli. Di un Leopardi: che quando scrisse il «Canto notturno di un pastore errante nell'Asia» non partì da un'astrusa ispirazione, ma dalla curiosità suscitata alla lettura di un giornale di viaggio in cui si diceva delle genti dell'Afghanistan.
La poesia sa rimodulare quanto fa notizia, ma con parole altre, che per questo sfuggono alla banalità, al bla bla e vanno al nocciolo. O «mettono a fuoco», come ama dire Rondoni. Che spiega: «La poesia non nasce in strani laboratori della lingua, tra amanti di libri polverosi. Nasce per strada, e ovunque, quando un tipo che può avere una vita normale o speciale si lascia colpire dal continuo avvenimento dell'esistenza. La poesia appartiene a quell'esperienza della lingua in cui si prova a dire quello che non si sa».
E allora alla Stazione Termini un barbone, Salvatore, trova la morte tra i binari 14 e 16, la sua casa per una notte. Replica Raymond Carver: «Mi sono sdraiato per farmi un pisolino. Ma appena chiudevo gli occhi / i cirri passavano lentamente sullo Stretto». E se al tg dicono che sette italiani su cento fanno uso di cocaina, Allen Ginsberg fa eco: «Ho veduto le menti migliori /della mia generazione distrutte dalla pazzia». Ci crucciano i nostri ragazzi difficili, il bullismo a scuola, il teppismo? «È seria, le si annuncia/ poco allegro/ il suo sabaro sera./ Pur esce, s'avvia/ non sa bene...», scrive Mario Luzi. E del bambino mendicante nell'inferno della Sierra Leone, dice lo stesso Rondoni: «...non restare/ piccola testa malata/ a elemosinare con disperazione meno, meno/ che umana,/ occhi tra i gradini di ferro/ e i confini infiniti/ della solitudine di cinquenne...». Dove il pugno nello stomaco non è la foto del reporter, né lo scoop. È il vigore della lingua, che si riaccende e significa di più.

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