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Un terzetto che piace e convince

Un terzetto che piace e convince

Scamarcio e Valeria Golino

Tre personaggi. Un giovane scultore assetato di successo e pronto a tutto per conquistarlo. Un critico di mezza età capace di fare e di disfare la fama di un artista a suo piacimento (o a suo infallibile giudizio). Una giovane donna, studiosa d'arte, che è l'amante del primo ed è stata l'amante del secondo, senza, almeno in apparenza, aver suscitato gelosie e inimicizie in quest'ultimo.
Sergio Rubini, autore del testo e poi regista, con intelligenza e sapienza ha costruito attorno a questi tre una vicenda a incastro, in equilibrio abile fra lo psicodramma e il thriller, con suspense, determinata, ad ogni svolta, dalle indagini acute delle psicologie dei singoli e degli atti, serrati, contradditori, angoscianti, che ne sono diretta conseguenza. Senza svelare fino all'ultimo, con tensioni forti, le vere intenzioni di ciascuno e il bene e il male (il molto male) che sono alla base di tanti gesti, frutto di caratteri complessi, volutamente inafferrabili, con qualche luce qua e là, ma anche con moltissime ombre.
La donna, così, ama di certo lo scultore, ma di un amore possessivo che, anziché facilitarla, gli ostacola la carriera. Lui la ricambia, ma il lavoro e la brama di imporsi lo inducono spesso a rinchiudersi in un egoismo che accoglie soltanto quelli che possono essergli utili. Il critico, dal canto suo, sembra aver cominciato a stimare le doti dello scultore, pronto a favorirne addirittura un lancio in grande stile -a una mostra a Berlino, a una Biennale a Venezia- ma capace anche, da un momento all'altro di tarpargli severamente le ali, con motivazioni in apparenza oscure.
Quelle motivazioni, con tutti i nodi che, soffocandoli, stringono anche fra loro i personaggi, si chiariranno solo in un finale in cui, addirittura, scorrerà il sangue. Rubini, però, li dosa con precisione quasi matematica, anche nei passaggi sospesi, anche fra le pieghe di una struttura narrativa che, spesso, privilegia le ellissi. Con ritmi, persino nelle pause, scioltissimi e rapidi. In una cornice romana, monumentale e architettonica, cui la fotografia sempre preziosa di Vladan Radovic ("Madre natura", "Rosso come il cielo") presta suggestioni di straordinaria opulenza; pur attraverso i segni limpidi di immagini costruite da Rubini con occhio esperto.
Completa il film, certamente tra i più solidi e innovativi del suo autore, una recitazione in ognuno tesa, lacerata, vibrante. Lo scultore è Riccardo Scamarcio, ormai saldamente in possesso dei più agguerriti moduli espressivi, ora fragile ora impulsivo, anche con durezze. Di fronte a lui lo stesso Rubini, quasi mefistofelico. La donna in mezzo a loro è Vittoria Puccini, reduce da molta TV, ma pronta a convincere anche sul grande schermo.

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