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Sogni persi tra le nebbie della nuova Russia

Aleksandr Sokurov, ad esempio, ai suoi esordi con «La voce solitaria dell'uomo» e lo stesso Sergej Bodrov con il poetico e ispirato «La libertà è il paradiso», il suo primo film.
Oggi, una giovane esordiente russa di origine armena, Anna Melikian, torna a quei modi rarefatti e sospesi e, rinunciando del tutto al realismo — pur partendo da uno spunto concreto — si affida al sogno e alla fantasticheria con ricerche sul linguaggio in equilibrio fra il «non sense» e una immaginazione dai colori alti, anche se affidati quasi soltanto all'irreale.
Lo spunto concreto. Boris, un pugile famoso, dopo una sconfitta lascia Mosca in treno e finisce in una cittadina che si chiama Mars (in omaggio a Karl Marx), la cui principale attività consiste nella fabbricazione di animaletti in peluche. Qui, durante la giornata in cui vi rimarrà prima che il suo impresario lo faccia tornare indietro, incontra bambini, donne, uomini bislacchi, gli rubano il portafoglio con il biglietto del treno, stupisce quando realizza che lì la moneta corrente, come tutto il resto, è di peluche...
Da questo spunto, però, e a sostegno di questa costruzione narrativa, tutto il film, il «vero» film, che, appunto, accantonato presto il concreto, tende all'onirico, non solo perché il protagonista spesso sogna, o ricorda, o immagina di sognare, ma perché attorno tutto finisce per proporsi solo in dimensioni altre; con uno stile che, evocando quasi in ogni immagine figure strane, o buffe, o curiose, svela ad ogni svolta l'intenzione di mostrarci la realtà — l'irrealtà — di quel luogo non tanto così com'è, ma come la vede, la sente e se la costruisce quel protagonista il cui segno principale è la fuga. Da sé stesso, dalla sconfitta lasciata alle spalle, forse addirittura dalla vita. Pur con quel suo ritorno al punto di partenza da leggersi come una nuova sconfitta da cui, questa volta, gli sarà impossibile fuggire.
Certo un film enigmatico, ma seguendolo con attenzione, ci si rende conto che tutto ha una sua logica, in primo luogo stilistica, e poi anche narrativa. Tra le pieghe di un'esperienza esistenziale che, alla sua base, anche se in più momenti inespresso, ha sempre il dramma.
Gli interpreti non ci sono noti. Ma, tutti, hanno le facce giuste. Per far vero tra le nebbie del sogno.

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