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Le atrocità di un padre tra tragedia greca e thriller

SidneyLumet a New York come in una tragedia greca. Con omicidi efferati in famiglia come nel teatro di Shakespeare. La cronaca e la fatalità, ma senza catarsi.
Due fratelli, Danny e Hank. Il primo ha un alto incarico in una impresa dove però per arrotondare i suoi proventi, assecondare una moglie che ama con passione e pagarsi il vizio della droga, non esita a falsificare certi rendiconti per mettersi in tasca i ricavi. Il secondo ha una posizione più precaria, stenta a pagare alla moglie gli alimenti che le deve dopo aver divorziato e il poco denaro che gli resta, lo impiega per soddisfare il vizio del bere, cui spesso soggiace. Ecco però che Danny pensa di avere un'idea con cui risolvere i problemi di entrambi. I loro genitori sono proprietari di una gioielleria, vi organizzeranno una rapina, i genitori si ripagheranno con l'assicurazione e loro si ritroveranno con un bel gruzzolo, capace di far fronte a tutte le loro necessità. Ma tutto va storto, e nel più drammatico dei modi.
Un primo merito. Il testo. I fatti, anziché svolgerli in un preciso ordine cronologico, non scritte che annunciano un «prima» e un «dopo» della rapina non solo tendono a farci conoscere sempre più da vicino le evoluzioni delle psicologie dei due fratelli, ma proponendo (anche riproponendo) le varie situazioni in cui via via vengono coinvolti, fanno levitare lungo tutta l'azione un clima di tensioni costanti, abilmente diviso fra l'ansia di sapere quello che dovrà accadere e le reazioni dei singoli che vi si trovano in mezzo.
Secondo merito. Questo clima, espasperato e dilatato fino al diapason, viene evocato dalla regia di Lumet con una vitalità e una forza espressiva che, più la vicenda si svolge nel turbine dei suoi terrificanti imprevisti, e più serra alla gola, senza mai concedersi pause e anzi favorendo un crescendo — di fatti, di gesti — che nel finale rasentano addirittura l'atroce. Ma in cifre di ghiaccio. Non salvando nessuno, Né quelli che moriranno, né gli straziati (e strazianti) sopravvissuti.
Un grande Lumet. All'altezza, nonostante la sua età tarda, dei film più sconvolgenti della sua salda carriera.
Concorrono al suo successo tre interpreti di doti sicure: Philip Seymour Hoffan, di nuovo, dopo «Capote», pronto, per Danny a mettere in gioco la sua mimica più torva. Ethan Hawke, un Hank all'insegna dello sfacelo. Alberto Finney, un padre il cui dolore degenera in orrore.

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