cerca

Dina D'Isa d.disa@iltempo.it<br/> <br/> L'obiettivo del nuovo ...

Le carenze finanziarie del settore e soprattutto la mancanza di una compagnia finanziaria di riferimento, specificatamente strutturata per fornire le debite coperture, sono state le leve per offrire delle nuove potenzialità all'industra del cinema. Un'idea senza dubbio di grande respiro che andrebbe finalmente a coprire la lacuna della piccola industria cinematogafica italiana. Ma di questa novità cosa ne pensano autori di qualità che si occupano al tempo stesso di produzione, come i fratelli Antonio e Pupi Avati?
«Non ne so molto di questa Banca del Cinema, ma di sicuro tutto ciò che può dare una mano ai nostri film è benvenuto», ha esordito Antonio Avati.
«D'altra parte, già mio fratello ed io con la nostra casa di produzione, la DueA, abbiamo dato un importante annuncio qualche mese fa, durante la presentazione del mio film "Il nascondiglio delle monache" - ha aggiunto Pupi Avati, ora impegnato al mixaggio della sua nuova pellicola, "Il papà di Giovanna", con Silvio Orlando, Francesca Neri, Serena Grandi, Alba Rohrvacher ed Ezio Greggio che debutta nel suo primo ruolo drammatico -. In sostanza, la MedioCreval (Gruppo bancario Credito Valtellinese) è entrata in compartecipazione (con una quota del 15%) nella nostra casa di produzione. Questo potrebbe essere di esempio per le altre case di produzione italiane, per affrontare al meglio le sfide del mercato».
«La novità è che la banca in questione non rivuole indietro i soldi, ma diventa una sorta di produttore perché investe direttamente nelle nostre produzioni - ha sottolineato ancora Antonio Avati -. Una volta i rapporti tra cinema e mondo finanziario erano regolati unicamente dalla Bnl. Per fortuna, adesso le cose stanno cambiando, nascono nuovi rapporti ed è un bene che finalmente gli investitori credano nel cinema come mercato del futuro. Questo non vuol dire che debbano però essere accantonati i fondi statali dati alle opere prime o a quelle d'interesse culturale nazionale: ma è bene alternare i due diversi modi di produrre film».
Gli incassi vertiginosi che di recente hanno ottenuto al botteghino alcuni film italiani, «non sono però - secondo Pupi Avati - il motivo scatenante che ha convinto i nuovi investitori a mettere i propri soldi nel cinema. Anche perché quel genere di film, giovanilisti o cinepanettoni, non sono quelli che interessano noi: il mio prosssimo lavoro, "Il papà di Giovanna" narra per esempio quanto sia spesso ingiusta la natura, è la storia di un padre (Orlando) che ha una figlia brutta, simile a lui. Il merito credo sia stato invece della lungimiranza degli investitori che, osservando cosa accade in Usa, hanno capito quanto con il cinema spesso si guadagni e bene».

Commenti

Condividi le tue opinioni su Il Tempo

Caratteri rimanenti: 1500

.tv

Il tavolo per rilanciare Roma inizia tra le proteste

La straordinaria danza dei delfini al largo di Capri
Incendi, morte e paura: la California devastata dai roghi
Playboy, ecco la villa delle feste di Hefner con le conigliette

Opinioni