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di CARLO LOTTIERI Duecento anni fa, a Milano e a seguito di ...


Agli occhi di molti dire borsa significa dire capitalismo: e questa era anche l'opinione di quei terroristi che, l'11 settembre del 2001, per colpire al cuore quell'America tanto odiata decisero di abbattere il World Trade Center. Ma anche senza giungere a tanto, una parte rilevante del sentimento ostile che circonda la borsa si deve all'idea che quanti operano tra titoli e "grida" non producano nulla. Fanno magari tanti soldi e in breve tempo, ma non danno un contributo lontanamente paragonabile a chi produce beni e costruisce cose.
Per giunta, di finanza di sente parlare soprattutto in occasione di una crisi (come questa dei mutui sub-prime), e quindi è facile per i demagoghi fare leva sul nostro essere tutti, più o meno, eredi di culture contadine assai conservatrici, abituate a spendere solo ciò che si ha. Ma in tale mondo non è pensabile, ad esempio, che si possa fare affluire somme ingenti nelle mani di due giovanissimi, Larry Page e Sergey Brin, che grazie a qualche algoritmo e una buona dose di spirito imprenditoriale hanno messo in piedi il progetto di Google.
Quello contro la borsa è quindi un pregiudizio atavico, che certo non aiuta la piccola borsa di via piazza Affari a crescere e svilupparsi. Eppure, fin dall'Ottocento, la negoziazione dei titoli delle imprese è servita a tutti noi in molti e differenti modi. Quando vediamo Mary Poppins e ci divertiamo di fronte alle sue magie, non ci è facile capire per quale ragione quel grigio signore londinese che al mattino lascia la sua abitazione per gestire titoli ed azioni possa avere un reddito tanto alto.
Eppure, a ben guardare, è tutto molto semplice. Una borsa fa affluire risorse dove vi sono idee, dando alle persone più inventive i mezzi per realizzare i propri sogni e permettendo agli investitori di ottenere profitti. È un incontro fecondo, che aiuta l'economia nel suo insieme.
Attorno alla borsa, però, sono fiorite leggende maledette, quasi che uno spazio in cui si comprano e vendono "pezzi" di società debba necessariamente essere il luogo in cui un piccolo gruppo di furbi e malvagi riesce sempre ad avere la meglio su una massa di stupidi ed ingenui. Che gli sciocchi in borsa possano scottarsi, è fuori discussione. Spesso capita che molti affluiscano in borsa a seguito di un periodo di crescita: con il risultato che comprano quando i prezzi sono alti. Poi, non appena le cose iniziano ad andare male (e ciclicamente succede), questi investitori improvvisati sono i primi che se vanno, vendendo insomma quando i corsi sono bassi.
Proprio per questo motivo, però, l'economia di mercato ha visto emergere strutture gestite da professionisti (i fondi), che amministrano per conto di altri i loro risparmi e quindi riducono le incertezze di gestioni troppo emotive: nel gergo borsistico, "da parco buoi".
Ma dopo il varo di primo Ottocento, non è che la borsa italiana sia poi cresciuta veramente. È sufficiente leggere gli articoli che Bruno Leoni scrisse su "Il Sole" negli anni Cinquanta (oggi raccolti in un volume dal titolo «Collettivismo e libertà economica», edito da Rubbettino) per cogliere le radici nostro ritardo. A quel tempo Leoni sottolineava la necessità di abolire la nominatività dei titoli azionari, come in altri paesi, e ancora oggi abbiamo norme che frenano la borsa, già penalizzata dalla struttura del nostro capitalismo.
Per definizione, infatti, la borsa fiorisce in paesi che credono nella mobilità sociale: in cui si può facilmente ascendere e altrettanto rapidamente precipitare. Quello italiano, invece, è un capitalismo familiare e soprattutto assai protetto. Da tutto questo deriva che le aziende non sono contendibili e che, non a caso, la nostra maggiore dinastia imprenditoriale non solo è stata piemontese per origine, ma anche parecchio "sabauda".
Se l'Italia delle piccole imprese frenate da tasse e regolamentazioni non può offrire grandi spazi alla negoziazione borsistica, ancor meno ne lascia una cultura avversa alla possibilità che chi guida oggi un'azienda si trovi presto a lasciare quella posizione se qualcun altro si rivela maggiormente abile e adatto a quel ruolo. Nel nostro Paese, va detto, il "posto fisso" non piace soltanto ai dipendenti delle poste. E anche per questo la Borsa fatica a crescere.

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