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Le foibe, che sono le cavità tipiche della terra carsica, profonde anche centinaia di metri, percorse dalle acque, che spesso si aprono sul fondo come imbuti rovesciati. È in queste voragini che sono scomparsi migliaia di cittadini italiani, 1500 secondo fonti jugoslave, 4.100 come dice un rapporto della Croce Rossa, col padre francescano Flaminio Rocchi che parla di "almeno 10.000 vittime". Laddove cifre più recenti parlano di 20-30 mila persone assassinate (da sommarsi ai 350mila profughi giuliani, fiumani e dalmati). Gli eccidi sembrano sequenze da film dell'orrore. Ricordava uno dei superstiti: "Mio padre fu lapidato e decapitato perché qualcuno aveva bisogno della sua testa in quanto aveva due denti d'oro".
Le donne, prima di venire uccise, sono state quasi sempre violentate, gli uomini torturati senza pietà, con i genitali strappati e ficcati in bocca, intere famiglie distrutte, persino bambini in fasce, legati ai genitori con del fil di ferro, fascisti e antifascisti, militari o semplici civili, medici, ingegneri, avvocati, e preti.
A taluni veniva promessa salva la vita se riuscivano a superare con un salto la voragine. E come hanno raccontato altri testimoni di questo spettacolo cannibalesco, alcuni ce la facevano a raggiungere l'argine opposto del pozzo, "ma tale immane sforzo a loro nulla valse, perché essi pure furono precipitati dentro". Né è mancata in parecchie foibe una usanza scaramantica del mondo contadino slavo. Ovvero la carogna di un cane nero, gettato sul cumulo dei cadaveri, col compito di impedire alle anime dei defunti di uscire e vagare di notte lamentandosi.
A Zara, e più in generale in Dalmazia, si sono usati altri metodi, come quello di condurre i condannati su delle barche in mare aperto, per poi gettarli in acqua mani e piedi legati, e con una pietra al collo. Fra le vittime i fratelli Luxardo, navigatori, originari di Santa Margherita Ligure, che una volta giunti a Zara, e scopertovi le sue splendide ciliegie marasche, erano diventati produttori di un celebre liquore. Nemmeno è mancata la distruzione, su grandi roghi durati alcuni giorni, dei libri in lingua italiana e dell'archivio storico comunale. Il tutto con la benedizione di Togliatti e del Pci di allora, disposto a cedere agli jugoslavi ogni territorio da loro rivendicato, Trieste compresa, e qualsiasi altra città di storia, tradizione, etnia italiana.
Come si legge in una lettera di Togliatti a Vincenzo Bianco, un comunista rimasto in Unione Sovietica: "È un errore politico ogni atto che sollevi oggi, da parte nostra, il problema di Trieste o di Gorizia, e in generale delle frontiere di quella parte in senso nazionalista italiano. Che vi siano degli uomini i quali rivendicano oggi una parte del territorio conquistato dall'Italia nel 1918, mi pare cosa logica e legittima, prima di tutto perché una parte di quel territorio è abitato da slavi e non da italiani, e poi perché mi pare che questo popolo tenda a fiaccare il nazionalismo e l'imperialismo italiani, e ad assicurarsi garanzie per l'avvenire". A seguire la decisione della componente comunista del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia di negoziare un accordo separato con i comunisti sloveni per la cessione di Trieste, Gorizia, Fiume e Pola. Non una parola, ovviamente, sulle foibe.
Alcuni anni più tardi un processo in contumacia aperto in Italia consentirà di dare quanto meno un nome ad alcuni dei responsabili degli eccidi carsici, viene a galla un'anomalia tutta italiana: l'INPS in base a un trattato intervenuto fra Roma e Belgrado ha continuato a corrispondere loro una pensione. A loro e a migliaia di ex partigiani jugoslavi, già cittadini delle province annesse da Tito.

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