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Strehler, il regista

che reinventò il teatro italiano

Il convegno di ieri al Senato, le manifestazioni del Piccolo di Milano, da lui fondato nel 1947, le mostre e le proposte dell'Eti, l'abnegazione affettuosa della sua compagna Andrea Jonasson, che recita in tournée «La storia della bambola abbandonata», e il memorabile «Arlecchino, servitore di due padroni» in viaggio per il mondo intero sono le testimonianze viventi e concrete di un'esperienza effimera, transeunte ed evanescente come la regia teatrale. Per quanto gli attori di Strehler vogliano e sappiano praticare gli insegnamenti ricevuti non possono che sentirsi orfani di un genio creativo che non si può ereditare. L'arduo sforzo di recuperare e riproporre il suo lavoro, replicando gli spettacoli a cui ha donato la sua sbrigliata, eversiva e sempre incontaminata passione scenica, è un tentativo di mantenerlo ancora presente e di tramandarlo ai posteri. Resta, infatti, il ricordo della sua indomita volontà di mutare la storia del teatro italiano, emancipandolo dai limiti mattatoriali e proiettandolo finalmente nella dimensione europea di una regia demiurgica, meno monumentale di quella di Max Reinhardt e più vicina al rispetto del testo di Jacques Copeau.
Nato a Barcola, in provincia di Trieste, nel 1921, da una famiglia di musicisti, Strehler intuisce da giovanissimo di voler superare i confini della formazione d'attore, ricevuta all'Accademia dei Filodrammatici di Milano, per assumersi e verificare la «responsabilità della regia» come la definisce in un suo noto articolo del 1942. Fin dagli esordi ha il merito di introdurre nel nostro Paese i più importanti drammaturghi internazionali che la guerra mondiale non aveva permesso di conoscere e apprezzare. La produzione contemporanea inizia così a intrecciarsi con i classici di cui offre letture delicate e convincenti di impeccabile armonia scenica e di pregevole livello recitativo. I suoi interpreti più cari, da Gianni Santuccio a Lilla Brignone, da Marcello Moretti a Ferruccio Soleri che si sono alternati per l'Arlecchino goldoniano, da Tino Buazzelli a Giulia Lazzarini, sono stati i destinatari delle sue meravigliose e incoraggianti lettere in cui dispensava elogi, consigli e suggerimenti per affrontare la parte e gli inevitabili timori del debutto. Da quelle pagine Strehler appare esigente e tenero, fagocitante e generoso, implacabile e sentimentale, come si conviene a un padre, ma anche a un regista consapevole della sua missione.
Il teatro vi appare un'arte sublime, comunicativa e liberatoria, ma anche un'irrinunciabile e contagiosa storia d'amore che partorisce nuove e stimolanti creature.
Oltre duecento regie gli hanno consentito di indagare Shakespeare con levità, di ravvisare in Goldoni un'impalpabile magia, di far lievitare il disincanto cechoviano e di divulgare la prospettiva epica di Brecht.
Sarà proprio «Vita di Galileo» nel 1963 a indurlo a elaborare una forma di recitazione chiamata «dialettica» in cui potevano conciliarsi le visioni interpretative, apparentemente antitetiche, dell'identificazione legata a Stanislavskij e dello straniamento voluto da Brecht.
Disposto a riprendere in mano più volte il medesimo copione con differenti risultati e scoperte, come è accaduto per il pirandelliano «I giganti della montagna» con tre versioni successive (1947, 1966, 1994), non era mai pago di una soluzione, per quanto valida fosse, e proseguiva con determinazione sulla strada di un confronto maieutico con l'attore destinato a elevare l'essere umano prima ancora che il personaggio.
Il suo teatro non subisce allora i limiti della vita, ma si consegna all'eternità.

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