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Matteo Vincenzoni m.vincenzoni@iltempo.it La differenza che ...

Quando decidono di «farla fuori dal vasetto», però, il primo è così intelligente da trincerarsi dietro i «sommi versi» di Dante Alighieri e lasciare la scena al Poeta, il secondo così «rock» da propinare i versi della sua mente trasformando la scena in pulpito, una prima serata in un sermone. Sia il toscano che il milanese predicano l'amore in tutte le sue forme, ci mancherebbe che predicassero il male. Ma lo fanno in modo differente. Quando Benigni fa ridere è diviso dal pubblico, quando fa il serio si fonde con i telespettatori. Quando Celentano canta si fonde col pubblico, quando sermoneggia è diviso dagli spettatori. Ma al di là delle differenze tra i due, il Benigni dantesco ha dimostrato che non servono per forza immagini di bimbi malati e affamati, madre Teresa di Calcutta, Ghandi o polemiche sul nucleare, ma si può toccare il cuore della gente leggendo versi d'amore scritti settecento anni fa da un tizio innamorato. Benigni non ti fa provar pena per qualcuno o qualcosa, Benigni mostra l'amore dalla carne a Dio e viceversa. Il suo messaggio è più forte di quello di Celentano, più vero, più a portata di tutti. Lui parla per tre ore senza bere perché vuole essere sicuro che chi ascolta abbia capito, l'altro sta zitto per metà del tempo a sua disposizione e beve come un cammello. Benigni è un vulcano, Celentano è spento (colpa dell'acqua?). Peccato, però, che quando Benigni ha aperto la Divina Commedia, gli spettatori siano scesi da 10 a 8 milioni. Vuol dire che c'è ancora da lavorare. Da un lato, però, è stata anche una fortuna. Se lo share fosse aumentato avrebbero dovuto santificare Fabrizio Del Noce.

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