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Tiberia De Matteis<br/> <br/> Aveva voglia di essere ...

Robinson del romanzo di Charles Webb, diventato una celebre pellicola con Dustin Hoffmann, e ha fortemente voluto allestire la versione scenica adattata da Terry Johnson e tradotta in italiano da Antonia Brancati e Francesco Bellomo per la regia di Teodoro Cassano. Se si rivelerà sul palco un'aristocratica statunitense in una lunga tournée, apparirà poi in primavera sul piccolo schermo nei panni di una cafonissima pugliese, consorte di un sindaco leccese, nella fiction "Mogli a pezzi" di Alessandro Benvenuti per Mediaset.
Cosa le piace di Mrs. Robinson?
«Scelgo sempre i miei personaggi individuando l'aspetto che in quel momento domina le mie relazioni con gli altri e con la vita in modo da raccontarlo ed esorcizzarlo. Ora mi corrispondeva un cinismo che rischiava di sfiorare il nichilismo e quando ho incontrato l'amarezza simpatica di questa donna che ha perso ogni riferimento e insegue il piacere senza rispetto per la morale comune, proteggendo il suo dolore con sarcasmo, ho capito che poteva esprimere la mia attuale distanza dalle aspettative. A differenza di lei, però, non sono né tabagista, né alcoolista».
Perché si sente tanto delusa?
«Sono una donna affermata, agiata e anche corteggiata, ma esistono fardelli che uno si porta dietro a prescindere se non addirittura in virtù delle doti che possiede. L'intelligenza, per esempio, dà una lucidità che ti obbliga a non dirti mai bugie».
Ama il teatro?
«Mi costringe a una vita che detesto anche se il ritorno che ricevo dal pubblico mi compensa. Odio la tournée: svegliarsi in posti diversi ogni mattina mi devasta perché il nomadismo mi inquieta e io ho bisogno di stanzialità. Mi lascio però coinvolgere quando avverto la necessità di affrontare un'operazione in cui credo, come in questo caso. Il successo finora ha sempre ripagato i miei sacrifici».
Il cinema l'attrae ancora?
«Mi arrivano proposte poco interessanti e una serie di opere prime che potrei accettare soltanto se mi innamorassi davvero del progetto. Il cinema italiano è in una situazione condominiale: ci sono quattro o cinque clan chiusissimi che se la cantano e se la suonano rivolgendosi sempre agli stessi attori. Così non saremo mai un'industria, ma sempre una sorta di provinciale parrocchietta. Dovrebbe invece contare soltanto la potenza espressiva di un interprete per indirizzare la scelta ma purtroppo i criteri sono altri».

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