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Speranza, il vero tesoro dell'umanità


Era andato già controcorrente, Benedetto XVI, con la sua prima enciclica, Deus caritas est. Aveva parlato dell'amore, una delle realtà più immiserite, più deturpate dall'odierno clima culturale, da una sessualità ridotta a consumo, involgarita, banalizzata. E non solo aveva liquidato quattro secoli di sessuofobia (solo presunta?) della Chiesa; ma aveva ricomposto l'unità tra le due dimensioni fondamentali dell'amore, quella divina e quella umana, dono e passione, agape ed eros.
E adesso il Papa sta per rendere pubblica una seconda enciclica, dedicata alla speranza: cioè a una parola, a una realtà, che non sembrano più far parte del vocabolario, anzi, dell'orizzonte stesso dell'uomo contemporaneo, della sua quotidianità esistenziale. Perché è come se quest'uomo non fosse più in grado di sperare. Come se temesse il futuro, le sue incognite minacciose, e quindi preferisse rimanere attaccato al presente, che perlomeno gli garantisce una fetta di benessere.
Ricordate gli anni Sessanta? Erano gli anni delle utopie, delle rivoluzioni, dei proclami sulla reale possibilità di creare un "paradiso" in terra. Ubriacatosi di scienza e di progresso, l'uomo pensava di essere padrone del mondo, di poter decidere della sua libertà, del suo destino. A quel tempo, dunque, ancora sperava. Ma era una speranza che portava in sé troppe ambiguità, troppe contraddizioni, troppi inganni.
Così, quando tutta la "costruzione" è saltata, quando filosofie e ideologie materialistiche hanno dichiarato fallimento, quando i grandi miti si sono dissolti come neve al sole, allora la disillusione è stata più cocente, più traumatica. E, sul terreno, non è rimasto più nulla, nemmeno le macerie. Nemmeno la voglia di immaginarsi un domani migliore.
In quel momento, appunto, l'uomo ha smesso di sperare. E, quel che è peggio, ha smesso addirittura di "aspettare". Insomma, ha cominciato ad avere paura di quel che il futuro avrebbe potuto riservargli. Finendo col dare ragione a Nietzsche e alla mezza bestemmia che ha pronunciato: "La speranza è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze degli uomini".
E tutto questo, assurdo ma vero, ha avuto ripercussioni negative anche all'interno della Chiesa cattolica. Un po' per via di una ricerca teologica che ha dato più spazio alla dimensione oggettiva e storica della speranza che non a quella soggettiva, personale, spirituale. Un po' per il fatto che la predicazione ha messo non di rado tra parentesi temi considerati ostici, se non "impopolari", come la morte, il destino ultimo, la vita eterna. Con il risultato che c'è stata una progressiva perdita di speranza (se non di fede) in non poche comunità cristiane.
Ed ecco arrivare la nuova enciclica di Benedetto XVI, con il titolo che è già tutto un programma: Spe salvi, siamo salvati nella speranza. Questa parola, da estranea che era ormai diventata alla mentalità contemporanea, ritorna invece ad essere sorgente di senso, di nuova vita. Il Papa la riprende, la riporta al suo splendore originario di virtù teologale, e infine la ripropone sia nel suo significato più profondo, di bisogno fondamentale dell'uomo di tutti i tempi, sia come risposta allo stato di crisi in cui è immersa oggi l'umanità.
C'è, dunque, un invito ai credenti a recuperare le ragioni della speranza cristiana come cammino spirituale di crescita verso il "regno celeste", verso la salvezza promessa da Cristo. Ma c'è, nello stesso tempo, un invito a ogni uomo, anche a chi non creda, a uscire dalla rassegnazione, dalla paura, dall'ignavia, e ricominci a sperare. E, attraverso la speranza, riesca a trovare nella realtà che lo circonda i segni di un mondo nuovo, che si può costruire già qui, ora, su questa terra, come anticipazione di "qualcosa" che poi tutti dovranno scoprire. E vivere.

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