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Venditti: io, laico e cristiano

«Unanotte a Milano la polizia mi fermò otto volte: cercavano dei terroristi. Io giravo con le copertine dei dischi in macchina, gli facevo vedere la mia foto, urlavo "sò Venditti", ma quelli non si fidavano. Siamo ancora qui perché eravamo costruiti per resistere a tutto. Siamo immunizzati di fronte a quello che accade oggi. Allora processavano i cantautori».
Erano i tempi del Folkstudio, quando «io riaccompagnavo tutti gli artisti a casa: ero l'unico ad avere la macchina, un Maggiolone cabrio. Si faceva colletta per la benzina e l'ultimo a scendere era Rino Gaetano, il primo Francesco». De Gregori, insomma, il sodale di una vita con il quale, da un po', è sceso il gelo. «La sua sortita sulla Bindi e Veltroni puzza di fidanzato tradito. Francesco non poteva ignorare l'effetto politico di quella dichiarazione. Aveva piazzato una mina sotto il Pd. Forse l'ha fatto per capire quanto conta: lui misura la propria forza quando scandalizza. Nella sua solitudine, resta un enigma».
Va avanti così dal debutto in coabitazione di "Theorius Campus", datato 1972. E nell'anno di grazia 2007, Venditti torna con un album, "Dalla pelle al cuore", toccato in profondità dall'ispirazione: uno dei migliori della sua carriera, tra ballate amorose che strappano le viscere («"Piove su Roma" fu la prima che scrissi per l'album, mi serviva per accorgermi della crisi di un sentimento che stavo vivendo», spiega), ed enunciazioni sociali, fino alla parodia dell'operaio che vuole emulare lo stile di vita di Briatore in "Comunisti al sole": lì siede alla batteria Carlo Verdone, che già scalpita per partecipare al tour di Antonello, in partenza a marzo 2008. In un album incentrato sui temi della lealtà e del raggiro, ecco la commovente "Tradimento e perdono", dedicata ad Agostino Di Bartolomei, il capitano della Roma scudettata dell'82-'83, l'amico sconfitto dall'autogol di un colpo di pistola. «Non sono ancora riuscito a chiamare Marisa, sua moglie. Prima che Ago si sparasse, cercavo di dargli una mano per far funzionare un grande centro sportivo nel Vallo di Diano, nel Salento, vicino a dove si era stabilito dopo il ritiro dai campi. Lo vedevo immalinconirsi quando i politici locali facevano ammuina per bloccargli i progetti. Non è vero che si sia ammazzato per problemi di soldi. Agostino si sentiva solo: i campioni diventano scomodi, quando smettono. Questa canzone è il primo passo di un mio cammino per ottenere il suo perdono. Mi sento in colpa per quel che gli è successo: un amico deve essere lì, un attimo prima che lo sconforto prevalga. E lui era una persona complessa, intelligente: uno di quelli a rischio, come me». Venditti sospira: «Neppure io riesco più a gioire facilmente, e sento che qualcosa mi cova dentro: l'autodeterminazione della propria vita, l'idea di non aver paura della morte».
Quella che è tornata ad aleggiare sul mondo del calcio. Antonello ha avuto un'illuminazione: «Ho parlato con i maggiorenti del tifo laziale. Per dare un senso postumo all'omicidio di Gabbo pensiamo di chiedere l'inversione delle Curve al prossimo derby Lazio-Roma. Con i supporter biancocelesti ospitati in Sud e i giallorossi nella Nord. E in qualità di membro di un comitato di consiglieri esterni della Figc, vorrei si aprisse un tavolo tra tutte le componenti del pianeta calcio, con gli ultrà a farsi conoscere davvero dai presidenti. La storia della collusione fra le frange estreme di tifosi e le società non regge. È un alibi di comodo. La civiltà, per definizione, non prevede scontro, ma confronto. Sempre e ovunque. Dai piccoli interessi fino ai conflitti di religione».
Come accade in "Giuda", dove il personaggio cantato da Venditti chiede scusa a Cristo direttamente dall'Inferno per essere stato "presuntuoso". Per esteso, un atto d'accusa all'antisemitismo strisciante. «Il Dio cristiano perdona tutti, tranne Giuda, che pure era funzionale all'adempimento dei disegni divini. Lui aspetta ancora laggiù, mai riabilitato: e invece mi piacerebbe assistere a un recupero definitivo del dialogo con il mondo ebraico, che è parte integrante della nostra cultura. Mi piacque Wojtyla quando vent'anni fa entrò in Sinagoga, mentre Ratzinger mi sembra ancora lontano da certe questioni: eppure c'era sempre lui, al fianco di Giovanni Paolo II, quando la Chiesa, riconoscendo gli errori, riconfermò la propria grandezza».
Eccolo qui, il Venditti che ritrova dentro di sè le due anime del laico e del cristiano, in un «compromesso storico» interiore che un tempo sarebbe stato impensabile. «Oggi siamo più liberi, svincolati dalle pastoie della vecchia politica. Lo dimostrano anche i leader, che spesso sono migliori di ciò che rappresentano. Berlusconi si è ripresentato vergine come agli inizi: bisogna vedere cosa c'è dentro la sua matrioska. Lo stesso problema ha Veltroni: il Pd è un buon "titolo", ora vediamo che "disco" faranno. Il Paese non è così allo sfascio come lo vorrebbero dipingere. Quanto a Roma, non vedrei male Bettini come prossimo sindaco, se ne avrà la voglia. Ma chiunque dovesse salire al Campidoglio dovrà saper fare tesoro della tolleranza e della generosità della città: ognuno dovrà avere un posto, una casa, e ogni diversità dovrà essere rispettata. Nessun politico potrà comportarsi come certe colf, che nascondono la polvere sotto al tappeto. Se la lasci accumulare, quella soffoca anche le migliori intenzioni».

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