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Ranieri: «Non dimentichiamo che anche noi Italiani siamo stati immigrati»


Ispirato al romanzo di Federico Bonadonna, "Il nome del barbone" (Derive, Approdi), il docu-film prodotto dalla AKS e nelle sale da venerdì scorso distribuito dall'Istituto Luce, narra una Roma piena di povertà e dolore. Barboni che dormono per strada, persone che cercano qualcosa da poter riciclare nei cassonetti della nettezza urbana.
Nell'affrontare il personaggio di una romena sfruttata, Ornella Muti ha detto di aver «provato umiltà e paura, ma era qualcosa che mi interessava molto perchè si parlava non solo di povertà, ma anche di disagio femminile». Per Ranieri il viaggio all'interno del suo personaggio è stato invece più semplice, perché «io vengo dalla povertà e la conosco bene. E poi, guarda caso, a dieci anni lavoravo proprio come fruttivendolo in un mercato - ha detto l'attore-cantante che a gennaio girerà un film con Maurizio Scaparro, tra Parigi e Napoli -. Non dimentichiamoci mai che agli inizi del Novecento eravamo noi italiani a essere nella condizione degli immigrati, che oggi vanno accolti con comprensione e tolleranza».
D. D'I.

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