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Addio Maurice Bèjart uomo-simbolo del balletto moderno

Era nato nel 1927 a Marsiglia da Gaston Berger e dal padre filosofo aveva ereditato un approccio intellettuale all'arte, considerata il mezzo più alto della comunicazione umana. Dopo il debutto come ballerino anche nella compagnia di Roland Petit, si impone all'inizio degli Anni Cinquanta con creazioni sperimentali come la rivoluzionaria Symphonie pour un homme seul (1955) sulla musica concreta di Pierre Schaeffer.
Ma il mito Béjart nasce dal successo, nel 1959, del Sacre du Printemps strawinskiano, riletto in chiave di sfrenato antagonismo tra i sessi, un capolavoro che gli schiuse il Theâtre de la Monnaie di Bruxelles e la costituzione della compagnia del Ballet du XXème siécle, tra le leggende della danza d'arte del Novecento.
Con questo splendido e duttile strumento, di cui hanno fatto parte danzatori di rango come Duska Sifnios, Jorge Donn, Daniel Lommel, Suzan Farrel, Paolo Bortoluzzi, Vittorio Biagi, Luciana Savignano, Micha van Hoecke e tanti altri, Béjart raccontò la sua visione del mondo attraverso le linee maestre di Eros e Thanatos, l'Amore e la Morte come opposti esistenziali della costruzione e del disfacimento di ogni rapporto umano. Nascono così il celebre Bolero di Ravel (1961), Les Noces strawinskiane (1962), il berlioziano Roméo et Juliette (1966), la Messe pour le temps present (1967), l'indiano Bakhti (1968), L'Uccello di fuoco (1070) ispirato alla Resistenza, Nijinsky clown de Dieu (1978) e tanti altri a raccontare la solitudine, il sesso, l'odio, l'angoscia del vivere, la desolazione.
La sua creatività era nel segno di un viaggio dentro l'uomo contemporaneo, dentro l'esistenza attuale, dentro i suoi valori e le sue implicite contraddizioni. E si realizzava spesso nella fusione di tutti i linguaggi (musica, danza, mimica, recitazione, canto) in una sorta di teatro «totale», non lontano da espressioni orientali ma anche dalle illusioni estetiche di un Wagner o di un Diaghilev. E in tale direzione si muovevano le scuole da lui fondate (il Rudra e il Mudra) che abbattevano le barriere tra le arti espressive, sicchè i suoi giovani danzatori erano spesso eccellenti attori, musicisti, coristi.
Più che sotto il profilo propriamente coreografico (ovvero del linguaggio), era sotto quello dei valori registici e teatrali che l'opera béjartiana riusciva ad imporsi. Se non era un innovatore dal punto di vista della sintassi, Béjart era però capace di riempire teatri tenda e piazze (come Piazza San Marco a Venezia per la Nona di Beethoven), convinto che fosse il balletto l'arte del ventesimo secolo, la più immediata, la più avvincente, la più trascinante.
Negli anni della sua irresistibile ascesa un adepto d'eccezione come Roger Garaudy (in Danser sa vie) lo apostrofava come un artista capace di cogliere «nelle trasformazioni della storia il fermento dei grandi rinnovamenti artistici» in modo da rendere la danza teatrale un'«arte popolare, viva, tragica e rivolta verso l'avvenire».
In lui la danza riscopre le sue antiche radici religiose e rituali e si dimostra capace di diventare arte moderna e popolare insieme, conquistando al balletto di qualità vasti strati di pubblico una volta inimmaginabili.
Importanti l'impulso dato alla danza maschile, l'approdo ad una narratività coreograficamente moderna ma mai astrusa, l'esaltazione dell'erotismo del movimento che per lui è «l'affermazione della vita», reazione alle forze distruttive della morte e dell'annientamento. Per questo, nell'atto di rimpiangere la sua scomparsa, le prime immagini che balzano agli occhi del ricordo sono quelle dello scontro frontale del Sacre, della delicata scena del balcone di Romeo e Giulietta, delle sinuose movenze quasi greco-mediorientali del Bolero ossessivamente danzato con movimenti travolgenti su un grande tavolo rotondo. Come in un rito sacrificale.

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