cerca

Quando la sofferenza dei deboli <br/>diventa voglia di fare politica

Caro Goffredo,

torno a ringraziarti per l'articolo che hai scritto su di me: non solo per l'affetto e la stima che esso esprime (e ci sono anche, in questo senso, parole che temo eccessive, molto); ma perché l'articolo vede punti reali e radicati della mia esperienza e del mio sentire: aspetti di me che raramente ho sentito cogliere così.


È vero: ci sono due facce contraddittorie (ma è giusto chiamarle così?) della mia vita. Evidentemente io devo avere una "passione" per la politica che è tenace; altrimenti non si spiega come essa passione duri così a lungo, e ancora adesso - in un'età così avanzata - fatichi a spegnersi.
Posso dire di più: ogni tanto mi accorgo che (diversamente, assai diversamente da quello che qualcuno dice di me) a me interessa, nella politica, anche l'aspetto "tattico" (mi capisci: non nel senso furbesco...). Me ne accorgo; e ripeto a me stesso che questo - nelle mie condizioni - è esorbitante, e può essere anche un "vizio"; ma poi vedo che mi interessano anche i passaggi "quotidiani"; quante volte sono tentato di impicciarmi!
Perché non staccarsene? Tu spieghi ciò con una motivazione morale. Io ho sempre molte esitazioni ad adoperare questo termine (...).


È vero. Io ho raccontato nel mio ultimo libro che fui trascianto a pedate nella politiche dalla Resistenza a Adolf Hitler. Ho ricordato una cosa che tutt'ora è in me nitidissima: quando di fronte al rischio che Adolf Hitler vincesse (i momenti terribili che la vostra generazione non ha vissuto), ho detto nella mia mente : non ci sto. Anche in quel caso però, continuo ancora oggi a pensare che fosse qualcosa di altro, o di non riducibile a un dovere etico. Era una resistenza del mio essere, una difficoltà della mia vita ad adattarsi a quell'esito (cioè a una vittoria del nazismo sul mondo).
Tu dici: il punto essenziale è per me dove «si difendono meglio gli umili e gli oppressi». E questo coglie, con parole semplici, un sentimento che è tenace dentro di me. Io sento penosamente la sofferenza altrui: dei più deboli, o più esattamente dei più offesi. Ma la sento perché pesa a me: per così dire, mi dà fastidio, mi fa star male.


Quindi, in un certo senso, non è un agire per gli altri: è un agire per me. Perché alcune sofferenze degli altri mi sono insopportabili.
Ti dirò un episodio che rischia di risultare stupidamente lacrimoso. L'altra sera, ho visto a «Mixer» alcuni filmati sui bambini irakeni colpiti durante e dopo la guerra dalle malattie e dalla penuria. Mi sono sembrati dei fatti letteralmente insopportabili. E mi sono rimproverato la mia inettitudine o defezioni dinanzi a quella insopportabilità. Scusa queste parole: ho avvertito una nausea psichica. E mi sono vergognato, perché io non ho fatto e non facevo e non avrei fatto nulla di fronte a ciò che diceva, rappresentava (significava) quella realtà.
Questo episodio può dire la ragione per cui io rimango incollato alla politica, persino sotto l'aspetto tattico. Non sono sicuro che ciò si possa rappresentare come una motivazione morale. C'entrano gli "altri", in quanto la loro condizione mi "turba", e senza gli "altri" non esisto (nemmeno sarei nato).

Commenti

Condividi le tue opinioni su Il Tempo

Caratteri rimanenti: 1500

.tv

Degrado capitale, la stazione Termini è un gabinetto a cielo aperto VIDEO

La cassanata definitiva: "Ci ho ripensato, continuo a giocare"
Dopo le liti in tv relax al mare: Adriana Volpe in versione sirenetta
Roma, in viaggio seduti sul paraurti Così strappano un passaggio al tram

Opinioni