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I VICERÈ, di Roberto Faenza, con Alessandro Preziosi, Lando ...


Due schemi. Da una parte la disgregazione di una famiglia siciliana, discendente dai Vicerè spagnoli, seguita dal tramonto dei Borboni fino alla costituzione del primo Parlamento italiano. Dall'altra, il cammino attorno della Storia, all'insegna soprattutto del trasformismo, con tutti, o quasi, pronti a salire sul carro dei vincitori, quali fossero le loro idee, guidati dal principio: «Abbiamo fatto l'Italia, adesso facciamoci i fatti nostri».
Roberto Faenza, con tanto cinema di qualità alle spalle (si pensi, di recente, a «Marianna Ucria» e «Alla Luce del sole»), ha affontato questi due schemi, narrativamente e stilisticamente, in modo esemplare. Quella famiglia al centro, i principi Uzeda di Francalanza, folta di esponenti di vario tipo, dominata da un padre padrone, Giacomo, dai modi tirannici, ed espressione, in ognuno, di tutti i possibili vizi, l'ha rappresentata dal vivo, con un realismo duro che ce li propone come una galleria di mostri, sempre ripresi con ordine preciso dalle pagine di De Roberto, solo qua e là un po' smussate dagli orrori che esibiscono, ma dando comunque giusto spazio alla voce narrante, il «principino» Consalvo, che, pur pronto a sottrarsi al dispotismo paterno, al momento di mettersi in politica e di finire deputato a Roma, ne perpetuerà tutti i difetti, a cominciare dal più nero cinismo.
La cifra con cui, dalla caduta dei Borboni, all'arrivo di Garibaldi, all'alba del Regno sabaudo, si rappresenterà poi, in parallelo, l'itinerario storico e politico che, senza né una frattura né una forzatura, fa da sfondo, integrandole, a quelle corrusche vicende private.
Evocandola visivamente con un linguaggio prezioso, incupito qua e là da atmosfere tetre e quasi mortuarie in cui, appunto, il trasformismo si accompagna al disfacimento, sostenuti, entrambi, da una regia che sa abilmente valersi di tecniche magnifiche: dai costumi di Milena Canonero, alle scenografie di Francesco Frigeri, alle musiche di Paolo Buovino, trasfigurati con una ricchezza quasi barocca dalla fotografia splendida di Maurizio Calvesi.
Parte integrante di questi meriti, la recitazione. Un vero, inatteso monumento, quella di Lando Buzzanca come principe padre. Saldissimo, in equilibrio fra il bene e il male, quella di Alessandro Preziosi come Costanzo. Alla loro altezza tutti gli altri, da Cristiana Capotondi, la fragile Teresa, a Lucia Bosè, la terribile zia Ferdinanda. Un coro che sa magistralmente portare al cinema una delle più fosche saghe familiari della nostra letteratura.

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