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Negli occhi dei carnefici l'orrore della Shoah

C'è la voce della storia, invece. Di chi il genocidio l'ha visto al di là di un filo spinato ad alto voltaggio. Di chi l'ha visto col fucile in spalla o puntato alla nuca di un uomo sul ciglio di una fossa comune. C'è la voce di chi è stato deportato. C'è tutta la Shoah nel film di Claude Lanzmann, ebreo francese.
È l'estate del 1973 quando inizia a lavorare all'opera che darà un nuovo nome all'Olocausto. Dodici anni di ricerche e lavoro. Cinque anni e mezzo di montaggio. Trecentocinquanta ore di riprese in cui, come lui stesso spiega, è stato testimone dei testimoni. Non ama rispondere a troppe domande Lanzmann, specialmente sul significato della Shoah. A lui piace parlare di Shoah, il suo film. «La memoria dello sterminio compiuto dai nazisti resterà intatta, finché si potrà vedere il mio film», dice. È un po' superbo nelle parole e un po' arrogante nei modi, ma va perdonato. Quello che ha realizzato, del resto, non ha eguali: più di nove ore di film per raccontare l'inenarrabile storia della più grande tragedia del Novecento. La pellicola fu proiettata la prima volta in Francia nel 1985, e oggi Einaudi e Bim la ripropongono in quattro dvd (con allegato un libro).
«C'è della magia in questo film, e la magia non si può spiegare. Abbiamo letto, dopo la guerra, un gran numero di testimonianze sui ghetti, sui campi di sterminio; ne eravamo sconvolti. Ma oggi, vedendo lo straordinario film di Claude Lanzmann, ci accorgiamo di non aver saputo niente. Malgrado tutte le nostre conoscenze, quella terribile esperienza restava lontana da noi. Per la prima volta la viviamo nella nostra testa, nel nostro cuore, nella nostra carne». Questo lo scrive Simone de Beauvoir, la filosofa francese amica di Lanzmann. E scrive la verità.
Il regista, pardon il cineasta come lui ama definirsi, fa quello che nessun altro ha mai fatto prima di lui. Porta i testimoni della storia sulle stesse terre calpestate, da loro, più di sessantacinque anni fa. Rivive con loro quei momenti. Gli spari, l'odore acre dei forni crematori, le canzoni che alcuni deportati erano costretti a cantare mentre i nazisti uccidevano i loro parenti. Con loro torna sulla terra un tempo di morte. Sulle fosse comuni della Lituania, dove oggi sbocciano i fiori o nascono nuovi boschi. Fonde il passato con il presente, nella voce dei testimoni. Quelli un tempo svestiti sotto la neve polacca, in fila a marciare verso il supplizio. O vestiti con un cappotto militare del sonderkommandos, o con uno delle SS.
Shoah restituisce a loro la parola. Inesorabilmente. Con un resoconto preciso, e sofferto, che torna a descrivere sempre la stessa verità. L'arrivo dei treni, i vagoni che si aprono nella notte facendo cadere nel fango i cadaveri. La paura, la sete, la fame. Il denudamento, le camere a gas e il silenzio. E mai sembra avere l'impressione di assistere a una ripetizione, perché i volti dicono sempre ben più delle parole. Con le sue immagini Lanzmann crea un'opera unica nel genere cinematografico. Ma unica anche in onore della storia. Dal cuore all'inferno in nove ore, saltando dal presente al passato e dal passato al presente come fosse un effetto miracoloso. L'autentico è lì. Perché, come detto, non c'è nessun filmato che può raccontare con maggiore durezza lo sterminio. Nessuno mise una telecamera dentro uno dei forni crematori di Auschwitz. Non si poteva filmare nelle camere a gas, non c'era luce, non c'era elettricità. Lì dentro si moriva al buio.

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