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di NANTAS SALVALAGGIO NON ricordo più dove fossi, se a casa, o in qualche gelida locanda del Nord per conto del giornale.

Alle sette del mattino, ma si può? Soltanto un malvagio butta giù dal letto un cristiano quando non è ancora giorno. Purtroppo il malvagio era un amico. Era Federico Fellini. La prima cosa che gli uscì di bocca fu una grandinata di improperi. Eviterò di riferire parola per parola, dopotutto il giornale va in mano anche ai bambini. Ma insomma Federico era fuori dai gangheri: «Gli amici come te, meglio perderli. Sei un topo velenoso, una pantegana da rio». Quando tacque, suppongo per riprendere fiato, gli domandai se avesse digerito bene. «Ma si può sapere almeno che cosa ti ho fatto?" dissi. E lui, viperino: «Fai pure il tonto? E allora rileggiti quella porcata che hai scritto su Giulietta. Abbiamo preso il giornale ieri sera, tornando da teatro. Ed è stata subito lite. Giulietta non m'ha fatto chiudere occhio. Però te la faccio pagare, sai. Adesso chiamo l'avvocato e sento cosa dice!». Ero basito, incredulo. Mai avrei pensato che la nostra vecchia, fraterna amicizia potesse finire a quel modo. E intanto mi chiedevo: che avrò mai scritto? Il mio articolo - ne ero certo - non conteneva niente di offensivo. «A meno che in redazione non abbiano forzato il titolo» pensai. Così corsi dal giornalaio per capire la reazione di Federico: lui così flemmatico, addirittura tenero. Non ce la facevo proprio a riconoscerlo. L'articolo occupava una buona parte della pagina, corredato da foto di Federico e di Giulietta, sorridenti. Nell'insieme mi pareva inoffensivo, fedele ai fatti. Solo in un punto, forse, l'ironia poteva risultare sopra le righe: avevo paragonato Giulietta a Santippe, la fastidiosa moglie di Socrate. Avrei voluto far marcia indietro, cancellare col bianchetto quella frase galeotta. Ma ormai l'irreparabile era accaduto. E Giulietta, donna tosta, non era facile al perdono. La vicenda che raccontavo era nata da una telefonata di Anna Salvatore, una pittrice che aveva una passione segreta per Fellini. «Perché non vieni con noi? - mi aveva proposto - Andiamo da un medium bravissimo. Federico ci tiene a conoscerlo, gli serve per il film che sta preparando, "Giulietta degli spiriti". Purtroppo verrà anche Giulietta; non si può avere tutto nella vita». Ed ecco lo studio del medium, all'ultimo piano di un palazzo del quartiere Prati. Era arredato in maniera cupa, con pesanti tende di velluto rosso alle finestre, un lampadario di Murano dalle cento braccia, e al centro un tavolo rotondo, ricoperto dallo stesso velluto cremisi dei tendaggi. A un certo punto fu spenta la luce, e non rimase che un'unica candela accesa su una consolle. Il medium domandò a Fellini se volesse parlare a qualcuno in particolare. Lui rispose: «Se sarà possibile, a mio padre». Gli invitati alla seduta spiritica erano nove. Facemmo una sorta di catena con le mani e cadde un silenzio profondo. D'un tratto Federico mormorò: «Ecco, vedo una luce, una piccola luce verde». «Gli parli - consigliò il medium - è il fantasma di suo padre che abbiamo evocato». Federico si schiarì la voce, era emozionato. Disse: «Papà, mi senti?». Al che una voce profonda rispose: «Certo che ti sento. Cosa vuoi da me?». Qui la voce di Federico si incrinò: «Papà, dove sei? Io ti ho pensato tanto, e se c'è una cosa che mi fa male, è di non averti parlato abbastanza...». Per qualche ragione caratteriale, Giulietta volle intromettersi tra Federico e l'ombra, che tuttavia noi non vedevamo. Era incredula, ostile, e probabilmente temeva che Federico cadesse in qualche trappola. «Federico!» lo strattonò per la giacca: «Guarda che quello non è mica tuo padre! Quello è un trucco, dai retta a me». Ma Federico era come in trance, e si divincolava dalla stretta della moglie: «Giulietta, mi vuoi lasciare in pace? Per una volta che posso parlargli, tu sai quanto mio padre mi sia mancato!». E lei, tignosa come Santippe in fotocopia: «Chiedigli a quanti anni è morto, vedrai che non lo sa. Federico, come fai a credere a queste balle?» Quel buffo litigio tra Federico e Giulietta durò per qualche minuto, fra l'imbarazzo

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