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Akin, il sound della Turchia «europea»

Visto dal critico

Documentario di lungometraggio distribuito in Italia da Fandango Doc, Germania 2005. DOCUMENTARE la vita e l'opera di musicisti su e giù per il mondo è diventata, nel cinema, una moda seria. Forse ad averla avviata è stato quel bellissimo film che Wim Wenders aveva voluto dedicare alla musica cubana, «Buena Vista Social Club». Oggi è di scena la musica turca. Se ne occupa un regista, Fatih Akin, che con un suo lungometraggio di finzione, «La sposa turca», si era visto addirittura assegnare l'Orso d'Oro a un festival di Berlino. Con un forte senso del cinema, con una decisa sensibilità per la musica, ha seguito passo passo a Istanbul le esibizioni, ma anche il privato, dei principali compositori turchi di oggi (e di ieri), alternando le loro ricerche sul nuovo al culto e al rispetto per la tradizione. Sua guida, in questo suo viaggio sempre coinvolgente e suggestivo, è un bassista della band d'avanguardia Einsturzende Neubauten, il tedesco Alexander Hacke, che gli aveva già fornito il contesto musicale per «La sposa turca». Hacke, non solo canta e suona, ma accompagna il regista lungo le varie tappe percorse ad Istambul dai gruppi più famosi o dai personaggi più celebrati della musica nazionale. Si comincia con l'incontro con una band neo-psichedelica, quella dei Baba Zula, per proseguire con quegli Orient Expression da cui si ascolta anche la curiosa osservazione che «l'Oriente nasce in India e finisce a Istambul e l'Occidente inizia a Istambul e finisce a Los Angeles». Seguono i Duman, campioni festeggiati del rock, i Replikas, che il rock, sofisticatissimo, lo eseguono solo con le chitarre, e un autore di musica turca tradizionale, Erkin Koray, che si vale però solo di strumenti amplificati elettronicamente. Per sostare su un gruppo dedito all'hip hop (i Ceza), su uno zingaro, Selim Sesler, virtuoso del clarinetto, su una cantante curda, Aynur, fino a ieri vittima di ostracismi statali. Per concludere con una diva quasi novantenne, Müzeyyen Senar, legata da sempre alla musica classica orientale. Senza sbalzi né fratture tra le varie e diverse concezioni musicali. Con immagini che, via via, ne riflettono i ritmi e ne ripropongono, con forti suggestioni, gli echi. Facendo cinema e suoni insieme. All'insegna dell'autentico e del vero, ma — grazie alla regia sempre ispirata di Akin — anche del poetico. Senza nessuna concessione all'oleografico. Neanche quando si guarda ai tramonti sul Bosforo.

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