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Dall'Argentina la parabola dei nuotatori perdenti

L'accento lo pone su due nuotatori. Uno, non più giovanissimo, Goyo, era stato accolto a suo tempo fra i campioni, ma aveva dovuto ritirarsi per una falsa accusa di doping. L'altro, Chino appena ventenne, aspira a sua volta al campionato, ma afflitto da questioni private, fatica ad allenarsi. Verrà il gran giorno per entrambi perché Goyo, ansioso di rivincite, si presenta alla solita gara e l'altro, pieno di speranze, decide di parteciparvi. Uno, però, ormai non ha più fiato e l'altro non ne ha a sufficienza. Perdendo a sua volta; anche perché non rispetta le regole. Uno studio di due caratteri e, come cornice, l'analisi di quell'ambiente sportivo in cui l'acqua, non a caso annunciata fin dal titolo, è sempre pronta a dominare. Non c'è, per fortuna, la consueta retorica delle gare sportive perché appunto, le si tengono soprattutto di sfondo portando in primo piano i drammi dei due, la paura del tramonto per Goyo, l'insoddisfazione di non essere ancora pronto del tutto per Chino. Con una certa attenzione per le psicologie e i loro contrasti evidenti ed anche, al momento di tirare le somme, evitando per un verso il patetico della sconfitta e, per un altro, l'amaro dell'inadeguatezza. Molto più fine, però, a livello di indagini psicologiche, il film tedesco «L'uomo dell'ambasciata», diretto da un regista georgiano già noto ai festival, Dito Tsintsadze, premiato qui a Locarno al suo esordio e poi molto apprezzato in seguito sia a Cannes sia a San Sebastiano. Anche qui due personaggi al centro: un funzionario dell'ambasciata tedesca a Tbilisi e una ragazzina georgiana dodicenne. Il primo, con le migliori intenzioni, si prende cura della seconda dopo che ne è stato derubato, ma quel rapporto, generoso, disinteressato, pulito, viene subito frainteso, anche dall'amante georgiana del funzionario, e tutto naufragherà miseramente. Tratti lievi, atmosfere sospese, quel sospetto ingiusto fatto lievitare a poco a poco, seminando ombre non tanto nel rapporto fra i due personaggi, che non se ne lascia incrinare, ma nelle reazioni dell'uomo che si vede costretto ad assumere decisioni motivate solo dalla cattiveria degli altri. In climi in cui, sul fatto di cronaca, svolto soprattutto di riflesso, prevale l'intimismo. Con accenti tesi e dolorosi. Una delusione, invece, il film canadese «Black Eyed Dog» (Cane dagli occhi neri), pur diretto da quel Pierre Gang che la sua opera prima, «Soussol», presentata a Cannes, aveva poi visto addirittura candidata all'Oscar per il miglior film straniero. Un serial killer, una piccola cameriera che sogna di cantare. Tutto visto e rivisto. Qui fino alla noia (e, spesso, in modo risibile).

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