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Spiega il cineasta tedesco: nei film i luoghi sono solo delle scenografie mentre qui diventano protagonisti

Per salvarci dobbiamo liberarci dall'illusione arrogante di poter controllare tutto e dobbiamo tornare a sentirci piccoli di fronte alla straordinaria immensità della natura». Con un sorriso dolce ma deciso, Wim Wenders ci indica quasi con timidezza le sue fotografie che da ieri sono esposte per la prima volta in Italia nella coinvolgente mostra intitolata "Immagini dal pianeta terra" e presentata a Roma nelle Scuderie del Quirinale fino al 27 agosto. Il grande regista tedesco ha il passo leggero e lo sguardo attento e curioso dei veri viaggiatori e anche il suo abbigliamento, assolutamente informale (una camicia sportiva a righe, un paio di scarpe da ginnastica blu e bianche e uno spolverino di cotone, grigio), sembra quello di un uomo che non vede l'ora di farsi una bella passeggiata per la città non appena sbrigati gli obblighi ufficiali, ossia l'incontro con il sindaco Veltroni e con i giornalisti. La mostra delle Scuderie, curata da Heiner Bastian, è veramente emozionante e raccoglie 59 fotografie, molte delle quali di dimensioni gigantesche (più di quattro metri di lunghezza), che Wenders ha scattato nell'arco di oltre vent'anni, a partire dal 1983, durante le riprese del film "Paris, Texas". Ne viene fuori un viaggio ai quattro angoli del mondo che quasi sempre nasce nei luoghi in cui Wenders ha girato i suoi film ma che poi assume vita autonoma, per nulla legata all'azione cinematografica. Anzi, Wenders ci spiega che queste fotografie sono proprio un'esaltazione della bellezza di luoghi che hanno una loro memoria antichissima e una propria anima. «Nei film - precisa il regista - le storie e i personaggi prendono per forza di cose tutta la scena e i luoghi diventano secondari, sono quasi soltanto scenografie. Nella fotografia accade invece il contrario». E infatti la presenza umana è limitata al minimo indispensabile, anche se, dice ancora Wenders, «le persone lasciano comunque delle tracce anche quando non ci sono. E in queste foto, anche se è apparentemente assente, ci possiamo fare un'idea di ciò che è l'umanità». Nel suo viaggio Wenders ci porta nel Midwest americano e poi nei rossastri e infiniti paesaggi australiani, nel Giappone più ascetico o in una Gerusalemme sospesa fra antica sacralità e modernità soffocante. In gioventù Wenders aveva iniziato il suo percorso creativo come pittore e nello spirito delle sue fotografie restano fortissimi echi artistici: di fronte ai suoi paesaggi immensi e struggenti ogni visitatore si sentirà un po' come il celebre "Monaco davanti al mare" dipinto da Friedrich, mentre le sterminate praterie americane o le squallide cittadine di provincia ci riportano davanti agli occhi il realismo di Andrew Wyeth e di Edward Hopper. In fin dei conti Wenders, sia come regista che come fotografo, ci propone un nuovo "sublime" post-romantico in cui l'uomo riesce ancora a sentire la sua sperduta finitezza di fronte all'immensità della natura. «Le persone migliori che ho conosciuto - racconta ancora Wenders - sono gli aborigeni australiani. Loro ritengono di essere posseduti dalla terra e dalla natura. E ricorderò sempre la guida aborigena che mi accompagnava chiamandomi "lo stupido con la macchina fotografica" perché per quell'uomo era inconcepibile che io avessi la presunzione di cogliere anche solo un frammento di ciò che vedevo». Straordinari sono gli scatti che Wenders ha realizzato a Ground Zero, a New York, poche settimane dopo la tragedia delle torri gemelle: la grandezza delle foto porta veramente il visitatore al centro dell'apocalisse e nel bel mezzo del disperato lavoro dei vigili del fuoco. Un'immagine in particolare esprime emblematicamente il sublime contemporaneo di Wenders: in basso dominano le rovine fumanti della catastrofe, mente in alto, su un grattacielo vicino, si coglie il riflesso abbacinante della luce solare, con qualcosa di divino che comunica la speranza della rinascita. «Vorrei - afferma con passione il regista tedesco - portare tutti i visitatori della mostra negli stessi luoghi che mi hanno colpito

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