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L'amore salva anche i figli disperati della guerra del Vietnam

I SOLDATI americani durante la guerra in Vietnam non si sono limitati a uccidere e a farsi uccidere, ma hanno anche fatto l'amore. Senza molto preoccuparsi delle conseguenze, così quando sono ripartiti, si sono lasciati dietro parecchi bambini, dai 12 ai 18.000 secondo le statistiche ufficiali. Oggi il regista norvegese Hans Petter Moland sulla scorta di una sceneggiatura dell'americana Sabina Murray, ci racconta la storia di uno di questi bambini, Bihn, figlio di una vietnamita che si era sposata regolarmente in chiesa con un militare americano, partito però a un certo momento senza dare più notizie di sé. Una storia amara perché Bihn, sia da piccolo, sia appena cresciuto, si è accorto di essere male accolto ovunque perché considerato «figlio del nemico». Così, dopo molto patire, convinto dalla madre che ha fortunosamente ritrovato, si decide ad emigrare negli Stati Uniti nella speranza di incontrarsi con il padre. Non sa però che è stata varata una legge grazie alla quale i figli vietnamiti di militari americani — i cosiddetti amerasiatici — hanno il diritto di essere rimpatriati a spese dello Stato; segue invece la trafila dolorosa dell'immigrazione clandestina, prima finendo in un campo in Malesia e poi cimentandosi in un rischioso viaggio pagato a caro prezzo su una nave gestita da autentici negrieri. Arrivato a destinazione, appresi in ritardo i benefici di cui invece aveva diritto, si sottrae a tutte le vessazioni cui era stato sottoposto e riesce ad arrivare nel Texas dove il padre, diventato cieco in seguito a una bomba che gli era esplosa tra le mani in Vietnam (ecco perché non si era più fatto vivo) sta conducendo, su una roulotte, una vita grama. Non gli dirà di essere suo figlio, ma quando la vicenda giungerà a conclusione, si può intuire che presto lì si ricostituirà una famiglia. Il sentimentalismo e la retorica non mancano: sia quando sulle spalle del protagonista, si accumulano le traversie, sia quando, all'improvviso, si risolvono con facilità eccessiva. Ma quei toni sospesi nel finale sono gestiti dalla regia di Moland con delicatezza e, spesso, anche quelle traversie narrativamente molto insistite e ripetitive; sostenute da immagini di una certa efficacia figurativa, specie quando ci propongono pagine corali, prima in Vietnam e, dopo, in Malesia e sulla nave. Il protagonista è un esordiente vietnamita, Damien Nguyen, un po' monocorde. Il padre alla fine ritrovato è Nick Nolte, un cieco non sempre molto verosimile. Di sfuggita ci si imbatte in Tim Roth. È il capitano della nave negriera.

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