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di GIAN LUIGI RONDI GLI SGUARDI sono due.

Quello di Michelangelo (Antonioni) che con il cinema vede quel Mosè e lo rilegge, lo sente, lo interpreta all'unisono con il suo creatore.
Per farlo, per la prima volta nella sua lunga carriera non si cela dietro alla macchina da presa. Al contrario, si collega addirittura in primo piano per incontrare, da vicino, quella creazione meravigliosa. La guarda, la studia, la analizza, arriva a toccarla con gesti timidi che, su quel marmo, rendendolo soffice, tendono alla carezza. E così come è lui in primo piano, i suoi capelli bianchi, i suoi occhiali, il suo viso chiuso da anni nel più eloquente dei silenzi, con gli stessi accorgimenti ripropone il suo muto interlocutore marmoreo: la barba, i capelli che fluiscono, il naso forte e quei due occhi che, in più momenti, sono "raccontati" così da vicino che, a differenza da quello che di solito accade con le statue, se ne vedono l'iride ed anche le pupille: così autentiche, incise e reali che se gli «sguardi» sono del primo e del secondo Michelangelo, si arriva senza fatica alla sensazione che anche il Mosè «vede».
Non solo quello però. L'architettura e la concezione del fastoso monumento sepolcrale di Giulio II sono puntualmente evocate sia nel loro insieme — degli austeri "campi lunghi" — sia in una precisa serie di dettagli che, pur mentali con ritmi quieti, riescono a far sembrare quasi incontri inattesi lo stesso Papa e le tante figure allegoriche che gli si avvicendano attorno.
In un silenzio quasi totale, rotto a distanza da un colpo di tosse lieve e, a tratti, dal fruscio delle dita sul marmo, quasi, come la tradizione ci ha tramandato, a suscitarne la vita con il tocco. Conclusi da un Magnificat di Palestrina che, unico elemento musicale, sembra magnificare il genio dell'uno e dell'altro Michelangelo: e le loro creazioni parallele.

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