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«IL VIAGGIO OMERICO DI CESARE PAVESE»

Lo scrittore delle Langhe preso dalla Magna Grecia

Uno scrittore ormai mitico, come Arthur Rimbaud o Yukio Mishima, non tanto per il misterioso o spettacolare suicidio, quanto per la sua opera che è tessuta con la sostanza del mito. L'autore de «La luna e i falò» morì nell'agosto del 1950 in una stanzetta d'albergo a Torino, aveva 42 anni. Gli amici furono concordi nel dire che si era tolto la vita per una delusione d'amore. Amava un'attricetta americana, Constance, che a dispetto del nome era un simbolo dell'incostanza. Prima di darsi la morte, lo scrittore lasciò queste poche parole: «Non fate troppi pettegolezzi». Dal che si deduce che conosceva assai bene i propri compatrioti, e giustamente ne diffidava. A mezzo secolo dalla sua scomparsa, noi rileggiamo i libri di Pavese con un dubbio: che l'icona tramandata da una certa cultura egemone (quella del Pci, di Rinascita e di Togliatti) fosse sfocata, e piuttosto retorica. Il merito di Pierfranco Bruni - critico solitario ma particolarmente agguerrito - è di riconsiderare i libri del narratore piemontese in una luce nuova, con un'acribia d'altri tempi. «Dal 1950 in poi - annota Bruni - si è tanto discusso su un Pavese realista o meno. Si sono creati schieramenti. Ma ciò che resta alla fine è un Pavese che trova nell'identità mitica la sua rivelazione artistica». Negli anni Trenta Pavese fu mandato al confino dal regime fascista, in un paese affacciato sullo Jonio, Brancaleone. In quel luogo «tutto è ellenico, persino il vociare, la cadenza dei passi delle donne, i fichi d'India e il mare». Come Joyce, Pavese ricalca le orme del grande poeta dell'Odissea. E difatti Cesare scrive: «È bene rifarsi a Omero. Perché Omero è la tragedia, il viaggio, il ritorno. È l'inquietudine, è la sconfitta, è l'attesa, ma è anche la possibilità della speranza realizzata». Dunque Pavese non è realista nè marxista. E non è ateo. Per lui il mito è un bisogno religioso. Incalza Bruni: «L'immortalità di cui si parla in "Dialoghi con Leuco" è il bisogno di andare oltre la morte perché si è convinti che con la morte non finisce nulla ma si continua su altre sponde». Bruni condivide il giudizio, citato nel saggio, di Geno Pampaloni: «In che senso era religioso Pavese? Non in senso positivo, nel senso di una fede vissuta e realizzata. Lo era quando identificava la poesia con l'essere».

N. S.

Pierfranco Bruni

«Il viaggio omerico di Cesare Pavese»

Il Coscile, 145 pagine, 10 euro

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