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Senza futuro l'università che sforna solo comunicatori

E, difatti, sono proprio le idee a costituire, e sempre di più, la vera ricchezza di un popolo. Di conseguenza, puntare sulla ricerca applicata è certamente un'urgenza. Ma quest'urgenza diventa "mitologia" se non si ristabilisce il primato della ricerca di base.
«Nulla vi è più pratico di una buona teoria», ha scritto Hans Albert. E, prima di lui, John Dewey: «Non ci si guadagna molto a tenere il proprio pensiero legato al palo dell'uso con una catena troppo corta». E, in ogni caso, lo svuotamento dei corsi di laurea in matematica, fisica e chimica non costituisce motivo di speranza per la crescita della ricerca applicata. Quando poi è ragione di disperazione pensare che nelle nostre università circolano quest'anno 53 mila (leggasi: cinquantatremila) iscritti a Scienze della comunicazione. Il ministro Moratti e la sua riforma dovranno per forza di cose affrontare nodi come questo. Nell'anno accademico 2003-2004 gli immatricolati a Scienze matematiche sono stati 1.848 e a Scienze e tecnologie chimiche 1.869, di fronte ai 15 mila 479 di Scienze della comunicazione e ai 10 mila 403 di Psicologia.E qui, c'è da chiedersi: quale rettore o preside è stato così onesto da far presente ai 53 mila giovani iscritti a Scienze della comunicazione che saranno in grandissima maggioranza condannati alla disoccupazione? Che andranno incontro alle più cocenti delusioni? Si dirà: ognuno è libero di seguire le proprie inclinazioni e fare le proprie scelte. Giusto! Anche i pescatori sono liberi di prendere il largo quando vogliono. Ma l'"avviso ai naviganti" è un dovere. E non è segno di responsabilità nei confronti dei giovani e delle loro famiglie aver aperto ovunque questi corsi, magari con il miraggio di vedere aumentato il gettito da tasse o nell'attesa di moltiplicazione di cattedre.
Dunque: nel 2003-2004 l'università ha immatricolato 15.479 giovani a Scienze della comunicazione e soltanto 609 giovani ad Odontoiatria e protesi dentaria. Ovviamente, le nostre autorità pensano che una popolazione che invecchia ha più bisogno di comunicatori che di dentisti!
Una attenzione smodata - come mi pare sia il caso odierno - per la ricerca applicata non dovrebbe, comunque, disseccare le fonti di finanziamento delle facoltà umanistiche, con il pretesto (spesso ripetuto) che le discipline umanistiche non sono "produttive" di ricchezza. Una prospettiva del genere sarebbe davvero la via della perdizione. Sarebbe una perdita irreparabile per la cultura del nostro Paese fare morire di inedia quelle tradizioni di studi umanistici che da noi hanno avuto e possono vantare luminari che il mondo ci invidia. Storici, archeologi, grecisti e latinisti, critici letterari, filosofi - certo non producono bulloni e freni per automobili, acciai speciali, farmaci, nuovi telefonini, aerei più sicuri e così via - e tuttavia questi studiosi tengono viva una tradizione di ricerca la più necessaria: sono i baluardi della "memoria" critica della nostra civiltà. E senza questa "memoria critica" della nostra identità (base del più fecondo confronto con "civiltà altre") saremmo "popoli senza anima", armati magari con clave più potenti.
Tutto ciò, a prescindere dal fatto che l'ermeneutica dei testi non è una pratica meno scientifica di quella delle discipline naturalistiche, che il rigore dei filologi non è inferiore a quello, per esempio, dei fisici, che la versione di latino e di greco è stata ed è, il più delle volte, l'unico lavoro scientifico nei nostri licei. Dove, purtroppo, l'insegnamento per esercizi ha prevalso e prevale sull'insegnamento per problemi.

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