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Voci dai campi tra Pascoli e Ungaretti

Il forte impegno sociale a favore dei contadini non esclude il puro anelito liricoIn appena trent'anni di vita, dal '23 al '53, lo scrittore ha saputo costruire un mondo fatto di delicatezze stilistiche e robusti contenuti popolari


Certo, alcuni frangenti della sua biografia, l'impegno politico (poi del tutto abbandonato), il carcere al tempo delle lotte per la terra ai contadini, il linguaggio spesso molto duro e aggressivo che invade alcuni momenti, i più retorici, dei suoi versi, son serviti non poco a deviarne il lavoro poetico.
Ma se oggi, in clima di necessaria decantazione, è possibile riprendere di Scotellaro il linguaggio e i moti ispirativi, ci si accorge in quale misura i soliti intricati intruppamenti e le sue iscrizioni ad una scuola tremendamente omologante, il neorealismo, abbiano nuociuto al libero tracciato di una poesia autonoma e indipendente in senso puramente letterario, ma al contempo incisiva nel tessuto a quel tempo incerto e smarrito della nostra società civile.
Nato e cresciuto in un periodo in cui ancora forte veniva vissuta l'ascendenza nei confronti di Pascoli e D'Annunzio, Scotellaro seppe vivere quella duplice istanza con il necessario distacco, che lo sospinse verso soluzioni sorprendentemente ermetiche e ungarettiane, soprattutto nel corso delle sue prime avventure sul terreno della poesia. Si trattava d'altronde di affrancare la letteratura del Sud d'Italia da talune ipoteche populiste e un po' retoriche che ne avevano impedito il flusso, e certamente nei versi di «È fatto giorno», apparsi postumi a un anno dalla morte con prefazione di Carlo Levi, compaiono inflessioni che evocano caldamente il vocabolario poetico pascoliano con tutta la sua sperimentale grazia e potenza, cui si aggiunge una sorta di fantasiosa visionarietà che ricorda certe impennate di Dino Campana: «Passeggiano i cieli sulla terra/ e le nostre curve ombre/ una nube lontano ci trascina/. Allora la morte è vicina/ il vento tuona giù per la vallata/ il pastore sente le annate/ precipitare nel tramonto/ e il belato rotondo nelle frasche...».
Sintomatici, questi versi degli anni Quaranta, di una moda e di una tendenza fortemente orientate verso l'elaborazione di una parola poetica potenziata da suggestive simbologie, senza che tali sovrastrutture impedissero al libero canto contadino di slargarsi il più ampiamente possibile lungo crinali densi di colorature dolci e suadenti. A rischioso contrasto, queste ultime, con la durezza di una condizione umana di cui Rocco avvertiva l'intensa partecipazione, più di una volta scontata di persona. Tuttavia, le voci della natura mai risultavano scisse da un'attenta elaborazione linguistica che gli veniva da un ermetismo vissuto come interiore macerazione (Ungaretti amava questo poeta e si adoperò per lui in tempi difficili della sua esistenza). Ma al contempo non gli erano estranei i richiami pascoliani al vocabolario innato nella natura, nei solchi della terra.
Bisognerà pervenire alla raccolta «È fatto giorno», apparsa nel 1982, per reperire sorprendentemente un poeta molto evoluto e scaltrito, in grado di smentire del tutto le ipotesi critiche, un po' perfide, che volevano far di lui un cantore esclusivo delle rivendicazioni sociali. Le quali ultime invece lo impegnavano molto sulle pagine di prosa che resteranno nella storia del nostro Sud come slancio vitale di emancipazione e di rigenerazione di terre desolate e dimenticate: «Contadini del Sud» del 1954, e «L'uva puttanella» dell'anno

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