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Riaffiora con malinconia il «Don Carlo» di Visconti

La realtà è nel presente ed il sogno nel ricordo, ove il bello s'imparadisa ed il brutto si sconcia. Ciò che è, è, ma ciò che fu, può darsi soltanto come nutrimento della reminiscenza. In altre parole: il presente è figlio del pensiero; il passato è padre del ricordo, che il divenire del tempo s'incarica di modificare e ricreare: con estro o pena: secondo gli accidenti.
È per tale ragione da ritenersi operazione ambigua e ardita, ed imbarazzante nell'esito, ricuperare lo spettacolo da Luchino Visconti dedicato al «Don Carlo» di Verdi, al Teatro dell'Opera, nel remotissimo 1965: ossia riportarlo in vita di concretezza scenica, sottraendolo all'indulgente e comune memoria, al generoso ricordo che suole abbellire ed illustrare gli oggetti in custodia. Il tempo non si ripete e del resto gli uomini cambiano di secondo in secondo assieme ai loro gusti. Solo i ricordi ci seguono fedeli, adeguandosi quali elastici ai nostri mutamenti ininterrotti.
Di certo, talune scene del celebre regista serbavano, alla première romana dell'altra sera, quasi intatto il fascino originario, benché fattosi ora - come dire? - piú tenero e fragile: ad esempio, la prima e plumbea scena del Chiostro di San Giusto, e la seguente e lieve dei giardini del Convento. Ma altri quadri come, nel second'atto, i giardini notturnali della regina e la piazza dinanzi la Cattedrale, denunziavano un gusto ormai liso, avariato dagli anni, senza aver neppure la possibilità d'accedere alla sfera antiquariale. Cosí valga la valutazione circa l'elemento registico, sul quale si stendeva manco poco la patina dell'inattualità: anche in considerazione dell'enorme mutamento della concezione attoriale nel teatro in musica avvenuta nel trascorrere di mezzo secolo....
Il «Don Carlo» di Visconti, absit iniuria verbo, c'è parso inadeguato al ricordo che ne custodivamo. C'è parso attutito, nel redivivo allestimento, il quadro drammatico che il compositore traccia dell'umana coscienza, scissa fra il pulsare dei sentimenti piú intimi e l'imperativo categorico del dovere pubblico e politico. Attutita la lotta fra le ragioni istintive del cuore e la fredda ragione di Stato e, piú in generale, fra liberalismo e despostismo, tra tolleranza e tirannía, tra Stato e Chiesa.
Applausi agli interpreti: dal volenteroso Ferruccio Furlanetto (Filippo II) ad Alberto Gazale (Rodrigo), dal toroso Paata Burtchuladze (il grande Inquisitore) a Dimitra Theodossiou (una pertinente Elisabetta), da Francesco Casanova (Don Carlo) a Luciana D'Intino (una principessa d'Eboli a disagio nel passaggî di registro). E piú d'ogni voce solistica ci ha persuasi il Coro istruito da Andrea Giorgi.
Una menzione infine alla rivisitata regía d'Alberto Fassini ed alla conduzione musicale di Nello Santi.

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