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di CARLO DE RISIO SEICENTOMILA militari italiani finirono nei campi di concentramento tedeschi, ...

A lui si deve «Il quaderno nero», diario «scritto e salvato per quasi due anni tra prigioni e superprigioni, evasioni, bombardamenti e fame, sempre fame». Non è la sola particolarità di un flash back sulla permanenza forzata dell'autore nei lager di Limburg, Mannheim, Strasburgo, Colmar, Offenburg e Volkerstahausen, nei pressi del lago di Costanza. «Il carattere tondo è testo autentico del vecchio diario non toccato nemmeno per eliminare certe ingenuità; in corsivo sono gli interventi e collegamenti di Cesare Protetti»: una combinazione ben riuscita, per seguire un percorso dal settembre 1943 all'aprile 1945.
Il linguaggio è secco, essenziale, senza fronzoli: va anche dato atto all'autore che egli rifugge da ragionamenti di tipo manicheo, coi buoni tutti da una parte e i cattivi dall'altra. Meno scontata di quanto possa sembrare, una considerazione di fondo di Giovanni Giovannini sullo status di quelle centinaia di migliaia di militari, soprattutto dopo la costituzione della repubblica di Mussolini, al Nord, e di un esercito che aveva sostituito il gladio alle stellete del regio esercito: come si doveva considerarli, prigionieri di guerra?
Ma ciò avrebbe significato che intere armate italiane — sfasciatesi nel territorio metropolitano, in Francia, nei Balcani, fino al Dodecanneso — erano di fatto nemiche del Terzo Reich, da assimilare a quanti avevano imbracciato le armi nella lotta partigiana. Per cui i 600 mila italiani, che la viltà dei capi aveva condannato a una esistenza grama, furono chiamati «internati»; una finzione bella e buona che non mutava di una virgola la loro obiettiva condizione di «prigionieri di guerra». «Vi trattiamo troppo bene — era il ritornello dei tedeschi — Meritereste la morte tra i supplizi; non siete dei traditori? Non rifiutate perfino di tornare in patria, di rivedere i vostri cari, pur di non firmare per la repubblica fascista?». Questo ed altro si legge ne «Il quaderno nero» (Scheiwiller, 142 pagine, 12.50 euro), cronaca cruda del trauma vissuto da una intera generazione, lacerata nella carne e nello spirito. La riprova dei veri sentimenti della maggioranza degli «internati» è nelle acrimoniose espressioni di Hitler, quando Mussolini sollevò il problema, in occasione del penultimo incontro tra i due, nel castello di Salisburgo, il 23 aprile 1944.
Mussolini, aveva fatto un passo formale, lamentando il pessimo trattamento riservato dai tedeschi. Hitler, non lo fece finire e ribatté duramente: «Essi non sono meritevoli di niente e credetemi, Duce, quanto voi farete per loro non vi procurerà che disillusioni».

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