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Rossini non poteva immaginare di accompagnare la lap dance

A dimostrare quanto bene si possa operare anche in provincia senza campare sugli allori di un passato reso illustre anche dalla Duse, una selezionata equipe di operatori (il commissario comunale Aurelio Bigi sotto la direzione artistica del compositore Sergio Rendine) cerca di trarre il maggior profitto artistico dal minimo dispendio economico. Ecco così due atti unici, il primo musicale, il secondo coreografico, ben assortiti sotto la esperta bacchetta di Claudio Desderi. La farsa rossiniana «La scala di seta» vi si sposa con il celebreto «Pulcinella» (1920) di Strawinsky in una versione coreografica nuova di zecca a firma di Guido Silveri (protagonista in scena della vispa maschera partenopea) e Maria Cristina Esposito.
Delude non poco la messinscena registica della "farsa" rossiniana (1810) firmata da Matelda Cappelletti per Cento, un'edizione presentata anche all'Opéra Comique di Parigi. Passi la originale ambientazione del banale intreccio di Foppa vivificato dal nascente genio rossiniano in un sottobosco dove i personaggi diventano formiche, bachi da seta, grilli, cavallette e simili, sì che di conseguenza il separé dove Giulia (l'eccellente Elena Rossi) incontra di nascosto il marito clandestino Dorvil (Amedeo Moretti) diventa un bozzolo. Passi ancora la abolizione sconsiderata dei recitativi secchi a favore del parlato come in un'operetta di Offenbach, vezzo ormai frequente in certe regie moderne, ma certo non è ammissibile ascoltare impunemente inserti dalla Carmen, brani jazz o dei Beatles e addirittura un'aria rossiniana jazzata senza battere ciglio. Dovrebbe essere difatti compito di chi dirige garantire innanzitutto la integrità del testo musicale, trattenendo le velleità registiche, in questo caso ben oltre le righe anzi le regole consentite del buon gusto (per non dire di una cicala cubista e Lucilla che accenna alla lap dance su uno stelo). Insomma quando per paura di annoiare si vuole strafare, si finisce poi con il procurare un effetto opposto a quello desiderato.
Delizioso invece il Pulcinella, che riempie la partitura strawinskiana, ispirata alla musica napoletana del Settecento, con una coreografia senza cali. Una realizzazione invero più danzata che mimica, godibile anche se senza troppo concessioni alla episodicità del racconto narrativo. Insomma ineccepibile sotto il profilo propriamente coreografico, forse un po' evanescente sotto quello del racconto drammaturgico. Ma per essere la produzione di un laboratorio di danza, davvero non c'è che dire.

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