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Balle! E il mondo va

Le bugie politiche (e non solo) fanno parte della Storia ma attenzione all'esclamativo

È bene però aggiungere che le imposture politiche, con l'esclamativo o senza, non sono il contributo specifico della modernità alla storia universale. Menzogna e politica sono praticamente la stessa cosa fin dai tempi più remoti. «Montaigne - scrive Gore Vidal nel suo ultimo libro, «Democrazia tradita» - pensava che mentire avrebbe dovuto essere un reato punibile con la pena capitale». Giordano Bruno, finito sul rogo nel 1600 per averla saputa troppo lunga, dedicò il suo libro più misterioso, il «De vinculis in genere», proprio a illustrare le tecniche della propaganda: l'arte di suscitare gli eventi e persino di taroccare i miracoli allo scopo d'impillolare l'opinione pubblica e di rimediare consenso.
Ma c'è menzogna e menzogna. Ricorrere al lifting, per esempio, come ha fatto il Presidente Berlusconi per figurare meglio nei primi piani di «Porta a porta», è una menzogna oppure è soltanto un banale episodio di narcisismo? Si mente per la gola, meritando così la pena capitale invocata da Montaigne a scuorno dei bugiardi, anche quando si promettono posti di lavoro a milionate e finanche settimane di 35 ore per tutti? Da noi c'è persino chi racconta (Romiti, De Benedetti, la Lista Prodi, la sinistra massimalista, la destra sociale, il governo liberale e liberista) che le casse pubbliche, ridotte come sono, possono benissimo salvare i 22.000 stipendi dell'Alitalia. Idem a Melfi, dove la Fiat boccheggia sotto l'assalto della Fiom, ma niente paura: gli stipendi di Melfi saranno presto equiparati con quelli del nord e la Fiat, anziché emigrare definitivamente verso altri emisferi, accetterà di buon grado questa lezione d'umiltà, infischiandosi delle leggi di mercato.
Sono balle, e non ci piove. Ma meritano l'esclamativo? Pensate alla Donazione di Costantino, il falso testamento del grande Imperatore col quale la Chiesa romana giustificò, per saecula e saeculorum, le proprie pretese di dominio temporale sulla cristianità. Quella sì che era una menzogna esclamativa. Oppure prendete «I protocolli dei savi anziani di Sion». Non era, in sostanza, che la sceneggiatura d'un ridicolo B-movie: attribuiva agli ebrei la decisione di rubarsi il mondo con l'inganno. Ma ne derivarono pogrom, persecuzioni e infine l'Olocausto. Associamo alla Rivoluzione d'Ottobre le immagini di comizi traboccanti di folla, di marinai in marcia verso il Palazzo d'Inverno e d'operai in festa sotto le bandiere rosse. In realtà non è mai successo niente di simile. Tutte queste immagini - l'intera iconografia rivoluzionaria - furono pensate e messe in scena un anno più tardi da Sergej Eisenstein nel corso d'uno spettacolo di massa a cui prese parte, racconta Orlando Figes nel suo «La tragedia d'un popolo», «un cast di diecimila attori». Della vera Rivoluzione d'Ottobre non s'accorse nessuno. Mentre i bolscevichi prendevano il potere, la gente passeggiava nelle strade, cenava al ristorante, cantava inni patriottici e beveva vodka. Avrebbero capito che cosa s'erano persi il mattino dopo leggendo il giornale.
Queste sono autentiche balle politiche. Balle che si sono guadagnate l'esclamativo per aver cambiato il mondo. Al loro confronto i parrucchini tirabaci e i tacchi rinforzati dei nostri politici perdono peso e consistenza. Non c'è sufficiente pathos neppure nelle promesse elettorali bugiarde che ci sorridono dai cartelloni in campagna elettorale. Per questo è meglio andarci piano evitando di sprecare gli esclamativi. Altrimenti prima o poi, quando ci troveremo di fronte una balla davvero terrificante, non sapremo più come dirlo. Avremo consumato tutta la punteggiatura per denunciare il lifting di Berlusconi e i jingle pubblicitari infingardi dei politici a caccia di poltrone.

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