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Uno scoop a qualunque prezzo




«LA VERITÀ è la prima vittima della guerra». Per dimostrare questo assioma, un giornalista già autore di documentari, Giancarlo Bocchi, esordisce nel lungometraggio immaginando un episodio che avrebbe anche potuto verificarsi nei Balcani durante i recenti conflitti. Due giornalisti, un italiano e un belga. Entrambi cercano lo scoop. Il primo, non riuscendo ad arrivarci — l'incontro con un capo partigiano esaltato dagli uni, detestato dagli altri — se lo inventa. Il secondo, meno cinico, volendo a tutti i costi avere informazioni su una presunta strage di profughi su un treno, se la fa raccontare da una testimone che però, avendo capito le sue esigenze, mentisce. Nessuno dei due, così, arriverà alla verità. Con una sorpresa finale che ribalterà parecchi significati della storia.
Molta amarezza, con personaggi quasi tutti negativi, anche quelli di cui si carpirà la buona fede. I modi di rappresentazione, però, grazie alle esperienze di Bocchi come documentarista, sono sempre asciutti, quasi riarsi, specie quando della guerra e dei suoi contorni si limitano a ridarci solo l'essenziale, senza nessuno dei luoghi comuni soliti. La preparazione della sorpresa finale è dosata con voluta cautela, solo accenti sospesi, evitando il colpo di scena, mentre le immagini, grazie alla fotografia nitida e meditata di Renato Tafuri, fanno il resto. In cornici autentiche cui aggiungono autenticità le luci, i colori e i segni geometrici cui si affidano.
Lodevoli anche gli interpreti, Vincent Riotta e Fabrizio Rongione, i giornalisti Labina Mitevska, la profuga, e soprattutto Zan Marolt: il personaggio chiave e più enigmatico.
G. L. R.

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